In margine al centenario dalla nascita di Andrea Zanzotto

Treviso sorprende per Padova sorprende

Abstract

Considerazioni intorno al linguaggio della poesia. Il 10 ottobre 2021, giorno del centenario dalla nascita del grande poeta, nato il 10 ottobre 1921, si è aperta al pubblico la casa natale del poeta restaurata a Pieve di Soligo.

Pieve di Soligo (Tv), la casa natale di Andrea Zanzotto

I poeti di oggi

Andrea Zanzotto (1921 – 2011)

Siamo sicuri che i poeti di oggi siano tutti così ‘posati’ come richiederebbe la poesia? O non si prenderanno talvolta in giro o come Eugenio Miccini, che ha il gusto della provocazione del tutto postfuturista, di regalare brochures di poesia con le pagine bianche, senza una sola parola stampata o come il Sanguineti di Laborintus, che, non del tutto volontariamente, respinge il lettore per eccesso di erudizione e complessità del piano linguistico? A volte li regge un risentimento verso il mondo dei semplici, a volte, al contrario, un alto senso morale, altre volte un convincimento di tipo estetico. Ah, l’etica, l’arroganza e la bellezza! Quanti ne hanno salvati e quanti ne hanno rovinati! Quasi quanti le religioni. Non sarà un caso se Eugenio Miccini, semiologo e artista visivo, è stato ex partigiano e, soprattutto, ex seminarista (quanti ne hanno formati e quanti ne hanno rovinati i collegi vescovili del secondo dopoguerra!). Il disagio dei poeti è anche nella loro marginalità, ora che altre forme di comunicazione li hanno resi inessenziali al vivere sociale, con un malessere insopportabile per alcuni. Giustamente Francesco De Gregori rifiutava categoricamente la definizione di poeta motivandola con un ragionamento ineccepibile che fa pressappoco così: “Se fossi un poeta avrei, sì e no, dieci lettori, non i diecimila che mi seguono come cantautore” e non a caso anche gli occhiuti giudici di Stoccolma hanno dovuto fare un bagno di realismo assegnando a Bob Dylan il Nobel per la letteratura.

Non più trasportati dal canto, non più ammaliati dall’armonia, i poeti di oggi pongono delle sfide, rompono schemi consolidati, rifiutano certezze, non concedono spazi alla contemplazione, obbligano a pensare, chiedono che il lettore sia parte in causa del processo creativo, non l’ascolatore passivo e compiaciuto di un evento che non appartiene loro. E la poesia non si fa più racconto, ma dialogo fra un io, un tu, un noi, non senza ripensamenti e conflitti, talvolta anche fra le diverse componenti dell’io e non nel senso lacaniano di ‘trascrizione dell’inconscio’, ma come disvelamento, scoperta, stupefazione.

Il linguaggio del poeta

Umberto Saba, 1946
(Foto di Federico Patellani (Wikipedia)

Ė qui che la necessità del dire ignora il numero degli ascolti per seguire il chiaro (Ferlinghetti) o l’onesto (Saba) o il vero (nel senso heideggeriano di ‘verità dell’essere’) come se, anziché scene o ricordi organizzati, affiorassero alla mente frammenti per accumulo, l’uno che sospinge l’altro verso un parziale recupero o un oblio, poiché altri lacerti di memoria pretendono di venire in chiaro, perfino affastellati, incongruenti, molto oltre le libere associazioni di freudiana memoria.

Sempre più il linguaggio del poeta sembra il linguaggio del pazzo, e non nel senso nietzschiano (nicciano) di “bestia furba, rapace, strisciante”, ma di pensiero illogico, inconcludente, insieme di concreto e astratto, di reale e immaginifico, di suggestivo e di fantasticato; qui però sta la differenza: il linguaggio del pazzo è privo di una chiave di lettura, se non nel senso patologico dell’incomunicabilità, mentre il linguaggio del poeta, quando se ne individua la chiave, apre nuovi mondi o nuove interpretazioni del mondo.

Molti condividerebbero l’idea di un critico a me sconosciuto, Lorenzo Barbieri, che il linguaggio poetico oggi sia “mera sperimentazione di nuove formule”, “oscuro e tortuoso” e converrebbero con il giudizio piuttosto sprezzante: “linguaggio espresso, per lo più, da silenziosi esseri vaganti persi nella nebbia di piccoli mondi illuminati a stento da fievoli luci ipnotiche”, magari dalle notturne lucciole. Si dovrebbe oggi distinguere tra poesia buona (buonista) quella che esprime i decantati e condivisibili ‘valori universali’ e buona poesia: altrimenti dove dovremmo porre l’Omero che esalta eroi violenti e assassini o il Dante che canta i peccati nell’Inferno forse con maggiore partecipazione che non per i virtuosi nel Paradiso?

Fastidioso il proliferare dei poeti, strana gente che non dà profitto! Per non accusarli di non saper fare utilità li si accusa di non saper scrivere, magari senza aver tentato di avvicinarli, non dico di leggerli.

Sono soprattutto i poeti a dover fare luce su quello che appena un secolo fa (1925) il compositore Richard Strauss definiva “il buio mistico dell’officina poetica”; soprattutto su quel termine “mistico”, che sa molto di irrazionale o di divino, retaggio di concezioni olimpiche nelle quali l’ispirazione discende da Apollo o da Dioniso, con il corollario delle Muse, ci si dovrebbe confrontare per dimostrare quanto di irrazionale c’è in questi paradigmi privi, essi sì, di logicità.

Il linguaggio non segue più la logica aristotelica, ma il vagare del pensiero (libere associazioni?) e lo stile non segue la linea dell’armonia, ma il flusso delle emozioni, delle sensazioni e delle circostanze. L’implicito, come il volutamente non detto, fino al privato, escludente, sono parte integrante del fare poesia oggi, dove non va necessariamente esplicitato né il contesto, né il quando, ma dove il tutto può muoversi su piani paralleli di cui solo il poeta ha la chiave.

Il poeta si serve perciò del “canone inverso” (come scrive la poetessa Nina Nasilli), dello stile disorientato (dalla parte del poeta) e disorientante (dalla parte del lettore) perché è così la realtà e il poeta ne vuole essere testimone; è Il mondo alla rovescia (leggere Cocchiara!) visto non con lo sguardo aperto del comico ma con la lente rimpiocciolente del tragico.

Pluralità di senso, di tempi, di modi da cui nasce un pluritesto che ha nel rispecchiamento uno dei meccanismi chiave, dove con l’io e con il qui e ora coesistono l’altro e l’atrove, come nel gesto estremo del filosofo Althusser.

L’indignazione dei poeti

Luciano Cecchinel, 2018
(Foto Luigi Tinticco, Wikipedia)

C’è una profonda indignazione a muovere alcuni poeti, l’indignazione esistenziale del madrileno Maurilio de Miguel Lapuente in Come quando fuori piove, l’indignazione politica del newyorchese Jack Hirshman che nei suoi Arcani accusa l’America, colpita anche simbolicamente nell’attentato alle Torri gemelle, di essere da sempre “una terra violenta”, come nella figura fortemente metaforica, e altrettanto fortemente connotata realisticamente e perfino eroticamente, del boia in Poemi dal muro di Ani Bradea, poetessa romena dalla voce personalissima, o come la dolcissima indignazione di Andrea Zanzotto col mondo, per come non è, per come potrebbe essere.

Così il mistero dell’interlocutore in poesia può essere figura protettiva e salvifica, e spesso inquietante, come in Vista sull’angelo di Massimo Scrignoli o figura mortifera, come il boia di Bradea, ma il Mistero a volte è meglio dirlo con la parola materna (il dialetto) perché sia più credibile, senza intellettualismi, più naturale e più vero, come fa Luciano Cecchinel nel suo lungo percorso per decantare il dolore.

A volte affiorano segmenti dei massimi sistemi, a volte è l’effimero che si interroga, senza uno straccio di risposta, solo per dissimulare la desolazione o la solitudine o il vuoto d’anima e allora ci si rifugia nel quotidiano, sperando di dargli un senso, un che di universale che giustifichi tanto filosofare, ma è scelta effimera che non esce dai confini dell’ego, come certa poesia culinaria, che anche Pascoli… ma declinata in altro modo; e su questa deriva si potrebbero portare esempi di poeti che vanno oggi per la maggiore e che non citiamo per amor di patria.

La parola, il silenzio, l’abbraccio, la compassione, l’amore, la morte: tutto l’universo, anche interiore, viene messo in gioco e il poeta sempre più si confronta con la realtà, non teme le compromissioni, sa di essere voce inascoltata ma ineludibile di questo confuso e febbricitante mondo che non ha più spazio per le attese e per i silenzi mentre si lascia irretire dalle grancasse e dalle sirene del nulla che somigliano molto da vicino alle “sirene della modernità”.

Alessandro Cabianca

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