La Basilica dei santi Felice e Fortunato di Vicenza

Vicenza sorprende per Padova sorprende

Abstract

L’attuale basilica dei santi Felice e Fortunato situata ad ovest della città di Vicenza, piuttosto lontano dalle mura e poco discosta dal tracciato dell’antica via consolare Postumia, che collegava Genova con Aquileia attraversando tutta la pianura padanoveneta, è una ricostruzione romanica del decimo secolo, ma presenta importanti restauri anche strutturali avvenuti nei secoli successivi fino al Novecento.

Dalla prima basilica all’attuale

Facciata della basilica dei santi Felice e Fortunato

Le fondamenta di una basilica paleocristiana risalente al quinto secolo e distrutta nell’899 ad opera degli Ungari sono le stesse su cui l’attuale basilica poggia: resti archeologici si riscontrano nei frammenti di mosaici al di sotto dell’attuale pavimento e in manufatti rinvenibili in alcune parti dell’edificio. Accanto alla basilica sorgono alcune strutture di grande interesse e pregio artistico: il sacello martiriale di epoca paleocristiana (V – VI secolo d.C.) intitolato a Sancta Maria mater Domini, che nel corso dei secoli non ha subito rimaneggiamenti strutturali, per cui lo si può ammirare così come fu eretto. Si presenta a forma di croce greca absidata all’estremità di un lato e con nartece all’estremità del lato opposto, con resti parietali musivi probabilmente del VI secolo e affreschi del XII – XIII. Inoltre: una torre campanaria del X – XII secolo ed aggiunte del XIV e, poco a sud della basilica, la struttura del chiostro dove risiedevano i monaci benedettini, in origine romanico nell’impianto ma che nel tempo ha subito vistose ristrutturazioni. L’attuale è del Settecento, ma rimane un’ala iniziata poco prima del 1400.

Dedicazione

Resti del porto fluviale di epoca romana di Aquileia sul fiume Natissa, l’attuale Natisone

Poco sappiamo della vita dei santi titolari della basilica Felice e Fortunato, probabilmente due fratelli, soldati vicentini che verso la fine del III secolo erano presenti ad Aquileia, grande città e caposaldo di nord est dell’Impero, oltre che centro della X Regio Venetia et Histria dove giungeva l’importante arteria stradale Postumia. Nella passio scritta a Milano nel V secolo si narra il martirio dei due santi che avvenne negli anni delle persecuzioni contro i cristiani dell’imperatore Diocleziano in Aquileia tra il 303 ed il 304. Interrogati non rinnegarono la loro fede e perciò, dopo torture dolorosissime, furono decapitati presso il fiume Natissa, l’attuale Natisone dove esisteva un importante porto fluviale. Dopo i cambiamenti introdotti da Costantino in materia di fede religiosa con l’editto di Milano del 313 sul luogo fu innalzato un sacello per custodirne i corpi, ma ben presto Vicenza, che si riteneva la patria dei due, ne chiese la restituzione. La contesa si concluse nel 381 con un accordo: il corpo di san Felice veniva restituito alla città d’origine, Vicenza, mentre il corpo di san Fortunato rimaneva ad Aquileia, dove i due santi godevano già di un culto abbastanza diffuso tra i cristiani del luogo. In realtà poi le reliquie di Fortunato conobbero una vera odissea perché in un primo momento furono traslate a Grado, poi a Malamocco in periodo longobardo ed infine, verso la fine del XII secolo a Chioggia, di cui Fortunato divenne il santo patrono assieme al fratello. I resti mortali di Felice, giunti a Vicenza, furono subito deposti in un sarcofago presso la basilica paleocristiana che fu intitolata ai due martiri per custodire il corpo dei quali, meglio, quello di san Felice, fu costruito un sacello martiriale molto bene conservato, decorato con artistici mosaici di cui restano alcuni significativi lacerti. Nel periodo benedettino che inizia nell’VIII secolo furono aggiunti come titolari anche i santi Vito e Modesto, della tradizione religiosa dei Benedettini, secondo alcuni studiosi mettendo in secondo piano per un certo periodo il culto dei due santi Felice e Fortunato, la cui titolarità risaliva ai primordi dell’era cristiana.

Cenni storici

Quando però il corpo di san Felice sia giunto a Vicenza (mentre il corpo di san Fortunato era rimasto ad Aquileia la cui basilica lo vede contitolare) non è dato di sapere con precisione, in ogni caso, come annota Mario Mirabella Roberti nel suo saggio introduttivo alla pubblicazione La basilica dei santi Felice e Fortunato in Vicenza – editrice G. Rumor, l’edificio sacro doveva essere preesistente poiché le ossa del martirizzato giungevano da est, mentre il complesso sacro dove sono state ricomposte si trovava ad ovest della città. La primissima costruzione, ad aula unica priva di abside probabilmente del IV secolo, è molto simile ad altre costruzioni sacre dedicate al culto cristiano presenti in ambiente veneto-friulano e quindi anche la datazione non dovrebbe discostarsi molto, anche se è prevedibile un qualche ritardo rispetto ad esse. L’edificio sacro più importante è senz’altro la basilica di Aquileia che è del 310 – 320 (ricordiamo che la prima basilica era formata da due aule parallele di cui una sola costituiva la chiesa vera e propria mentre nell’altra si svolgeva una forma di catechesi per i battezzati; le due aule erano collegate da una trasversale), ma possiamo citare anche quella di Parenzo (378 -382) ed altre. Non sappiamo se tra la prima basilica e quella romanica del X secolo ce ne siano state altre, ma è evidente che la basilica primitiva è stata inglobata in una basilica tripartita di circa trentacinque metri di lunghezza e più di venti metri di larghezza, dotata di abside, nartece e battistero già nel corso del V secolo. Sono di questo edificio i resti pavimentali musivi.

Nel corso dei secoli la chiesa subì vari interventi, a volte anche radicali, in relazione al mutare delle esigenze, delle nuove concezioni estetiche, delle diverse sensibilità degli officianti, talora vere e proprie ricostruzioni perché distrutta da eventi naturali o a causa dell’uomo.

Monastero e basilica nell’anno mille

Interno della basilica dei santi Felice e Fortunato

Dopo che gli Ungari nell’899 avevano semidistrutta o per lo meno molto manomessa la precedente basilica, il vescovo di Vicenza Rodolfo, con un Privilegium del 983, nel confermare ai Benedettini i possedimenti e le rendite già loro assegnate dai suoi predecessori, aveva predisposto una donazione a favore degli stessi in cui, tra le altre cose si diceva: “redingere et restaurare ad honorem sanctorum martyrum Felicis et Fortunati, Viti atque Modesti” con ciò intendendo che parte della donazione o tutta dovesse essere destinata alla ricostruzione del complesso monastico compresa naturalmente la basilica. Ciò avvenne basandosi sulle fondamenta della basilica paleocristiana, ricostruendo ex novo le parti che erano state distrutte e restaurando semplicemente le parti che erano ancora in buono stato. Sembra di questo periodo il rifacimento dell’abside in forma semicircolare che nella basilica paleocristiana del V secolo si presentava in forma rettangolare. Un documento del 1013 attesta che nel 977 la chiesa era aperta al culto.

Il terremoto, la distruzione e le ricostruzioni successive

Il catino absidale con l’affresco del Carpioni

Si ha una nuova ricostruzione nel XII secolo in seguito ad un terribile terremoto che aveva abbattuto molti edifici vicentini compresi chiese, monasteri, luoghi di culto. Nel 1160 il campanile fu ricostruito fino alla cella campanaria, mentre il tiburio e l’arcata scaligera poggiante su degli archetti sporgenti risale alla metà del XV secolo. Del 1154 è il portale al centro della facciata ad opera di Pietro Veneto. Ai lati dell’arco che racchiude la lunetta sono ancora visibili resti di un affresco di stile bizantineggiante. Anche il portale situato sulla parete nord risale allo stesso periodo, mentre quello sulla parete sud è moderno. La facciata è in forma tripartita, sopra il portale centrale presenta una apertura circolare e più sopra una serie di archetti disposti a due a due e separati da colonnine che risaltano per il loro biancore, assieme alla striscia di demarcazione che le delimita in basso, sul colore dei laterizi che è dominante non solo sulla facciata. La serie delle colonnine introduce al timpano al centro del quale è situata una croce greca, mentre sulla sommità del frontone campeggia una croce latina. La facciata, tripartita, nelle parti che chiudono le due navate laterali presenta i portali che danno l’accesso alle stesse. Esternamente le pareti laterali sono prive di ornamenti, mentre esteticamente di rilievo si presenta l’abside, ritmata da lesene disposte su due diversi piani suddivisi da una doppia cornice formata da mattoni incastonati trasversalmente in modo che presentino gli spigoli; le lesene, in tutti e due i registri, racchiudono in alto un doppio archetto come si è visto nella serie di doppi archetti, o archetti binati, posti alla base del timpano. I due registri esteticamente sono molto  diversi: piuttosto grezzo al di sotto della cornice divisoria più elegante e curata nella parte superiore, tanto da ipotizzare che questa sia una sopraelevazione dell’abside operata nel XII secolo. Della chiesa del V secolo è anche il nartece che però scomparve nei successivi rimaneggiamenti probabilmente del periodo romanico come del resto scomparve il quadriportico di edificazione più tarda, rimanendo solamente parti delle fondamenta sotto la pavimentazione del sagrato, mentre a incorniciare il portale di Pietro Veneto venne costruito un piccolo protiro che alla base delle colonnine di sostegno mostrava forse le due sculture leonine tuttora esistenti anche se spostate in altro luogo. Un nuovo restauro con nuove aggiunte ci fu nel corso del XIV secolo mentre nel periodo barocco la chiesa subì una radicale trasformazione all’interno tanto che nel tentativo di togliere quanto in quella fase culturale era stato aggiunto e di riportarla all’aspetto dell’origine nella prima metà del Novecento ci furono imponenti interventi demolitori che però ebbero l’effetto di creare qualche cosa che non rispecchiava appieno le forme dell’origine. Ora la chiesa internamente  si presenta a  tre navate, molto ampia la centrale e più contenute le due laterali, separate dalla principale da due teorie di pilastri alternati a colonne che sorreggono degli archi a tutto sesto sopra i quali si elevano le murature che sorreggono il tetto a capriate. Un arco di trionfo separa la navata maggiore dall’abside, che si presenta piuttosto sopraelevato rispetto al pavimento delle navate, è di forma semicircolare terminante nel catino absidale.

Sotto l’abside nella ristrutturazione del X secolo fu ricavata una cripta probabilmente per ospitare le reliquie dei martiri che in un primo tempo erano state poste in un’urna e collocate nel martyrion; la cripta ora si presenta come un piccolo sacello che nel corso del tempo subì diversi interventi migliorativi e di ampliamento, soprattutto nel XII sec., tanto da poterla considerare una cripta-oratorio.

Il martyrion

A ridosso della basilica o nelle sue vicinanze esistono alcuni edifici o le fondamenta di alcuni edifici di grande interesse. Abbiamo già accennato al martyrion dedicato a Sancta Maria Mater Domini che si trova all’estremità est del lato sud  della chiesa  ed è un sacello che nell’attuale composizione strutturale e nei bellissimi resti delle decorazioni musive che ancora rimangono può attribuirsi al VI secolo dopo un profondo rinnovamento su struttura precedente. Si tratta di un piccolo edificio sacro di grande valore storico e artistico nei suoi aspetti architettonici, religiosi e simbolici. Quasi a ridosso del lato nord sono state trovate parti di fondamenta di una costruzione ottagonale da molti interpretata come un battistero, tanto che a Giovanni Mantese, un importante storico della chiesa vicentina, sorse il dubbio di trovarsi di fronte alla prima cattedrale di Vicenza, cosa poi smentita da ulteriori ricerche sia documentali che archeologiche. All’estremità est sempre del lato nord si innalza  il campanile costruito a più riprese e che nel tempo assunse funzioni diverse, con la presenza attorno alla cella campanaria di un cammino di ronda sostenuto da mensole aggettanti che indicano che in un certo periodo fu utilizzato come torre difensiva. Non è facile determinare la datazione della parte più antica che si innalza fino ad un terzo circa dell’altezza, mentre la seconda parte, per alcune similitudini ornamentali con l’abside dovrebbe essere della prima metà del XII secolo. Una lapide incastonata nella cella campanaria ne data l’anno di costruzione: M.C.L.X.. Il cammino di ronda è del XIV secolo; il tamburo conclusivo del XV secolo. Essendo stato il luogo un’area cimiteriale ci sono anche resti di sepolture del periodo romano e paleocristiano, con sarcofagi tuttora esposti e con tombe rinvenute negli scavi effettuati a seguito di indagini programmate.

Al 1425 e al 1674 risalgono altri due importanti interventi di restauro come attestato da due diverse lapidi poste nei pressi del portale principale.

Le opere d’arte

Lacerti di mosaico pavimentale della basilica paleocristiana  

Parlando delle opere d’arte presenti nella basilica non si può non partire dagli artistici mosaici pavimentali, purtroppo presenti in piccola parte, della basilica paleocristiana che si trovano sotto l’attuale pavimento, visibili tramite dei fori effettuati sullo stesso. Alcuni riportano delle iscrizioni dedicatorie, come Felix v(ir) c(larissimus) Toribius et Immola c(larissimae) f(oeminae) ex voto entro un cerchio con cornice decorata a torciglione contornata da un quadrato; oppure:  Splendonius et Iustina c(um)  s(uis) ex voto entro un cerchio posto al centro di una stella a quattro punte, ed altri quasi sempre comunque ex voto per contribuire alla realizzazione del pavimento che probabilmente doveva estendersi per tutta la basilica. Come collegamento tra i diversi ex voto si presentano disegni decorativi di diversa forma. Due  lacerti musivi molto interessanti e artisticamente pregevoli si trovano nel martyrion raffiguranti l’uno il leone simbolo dell’evangelista san Marco e l’altro un busto di santa. Come già accennato sopra la lunetta del portale centrale  è ancora visibile un affresco che rappresenta la resurrezione dei morti, probabilmente del X secolo, periodo al quale risalirebbe il precedente portale di cui resta una breve ghiera a treccia ed era più ampio rispetto all’attuale; altri resti di dipinti si trovano all’interno della basilica soprattutto sulla navata maggiore.

Arco del portale principale con l’affresco raffigurante la resurrezione dei morti

Nel catino absidale e lungo le pareti la basilica conserva diverse pitture, in affresco o ad olio, alcune come pale di altari laterali, di Giulio Carpioni, un pittore vicentino del pieno ‘600, oltre a tele di altri autori del periodo, e una tela di Alessandro Maganza di fine ‘500 proveniente da una chiesa vicina. Altri dipinti si trovano nella sacrestia. In ambito scultoreo notevoli sono un tabernacolo per il Santissimo di uno scultore vicentino di metà ‘400 collocato nella parete di fondo della navata sinistra e la Madonna della Misericordia di Antonino da Venezia, sempre della metà del’400. Una citazione a parte meritano i reperti lapidei romani e paleocristiani presenti nel piccolo lapidario annesso alla basilica, come le epigrafi romane e paleocristiane dell’area archeologica e soprattutto i sarcofagi con sculture di notevole interesse, uno dei quali è utilizzato come altare maggiore.

I benedettini: una storia gloriosa

L’arrivo a Vicenza dei monaci benedettini si pensa sia avvenuto nel secolo VIII, così almeno riferiva il Paglierini, uno storico locale vissuto tra il 1400 ed il 1500, il quale scriveva: “del 802 Carlo Magno, figliolo di Pipino, havuta la vittoria contra Longobardi, venne da Verona a Vicenza et alloggiò nel teatro che il volgo chiama Berga; visitò la chiesa dei santi Vito e Modesto la quale hora è de’ santi Felice e Fortunato dotandola di molti doni; anticamente si vedevano le insegne de’ Francescani con lettere d’oro”. Nel corso del suo episcopato il vescovo Rodolfo concedeva ai Benedettini il privilegio di cui si è già detto che comprendeva anche la concessione delle terre comprese tra Campomarzo, Ponte Alto, il Mons famulorum, l’attuale Monte Crocetta, porta S. Croce, fino al borgo S. Felice “cum famulis et decimis” , cosa riproposta nel privilegio del vescovo Girolamo nel 1013 e anche nel 1084 nel corso di una vertenza sui diritti. Dopo il mille comunque i cosiddetti famuli cominciarono a ribellarsi alla loro condizione di doversi sentire legati alla terra a cui appartenevano e a rivendicare alcuni diritti, cosa che a volte comportò l’usurpazione dei beni del titolare del fondo e quindi la frattura della proprietà fondiaria. Questo naturalmente interessò anche i beni della nostra abbazia che dovette attraversare un periodo difficile da molti punti di vista, tanto che alcuni abati si rivolsero all’imperatore per avere protezione legandosi alla causa imperiale. Alla fine si trattò di un patrimonio ingente che permise all’abbazia di fare sentire la sua influenza. Questo patrimonio era costituito oltre che da terre sparse su tutto il comitato vicentino, ed anche fuori, come vigneti e oliveti sul lago di Garda, con diritti connessi e servi, anche da curtes, casalia, chiese minori ed una pieve, san Vito di Bressanvido, che aveva diritti di decima e alle sue dipendenze altre cappelle. Nel 1085 fu stesa una convenzione tra l’abate di san Felice e i vicini di Bressanvido per l’utilizzo e la difesa del castello, fissando quindi diritti e doveri reciproci. Legati al monastero furono anche antichi ospedali situati attorno alla città di Vicenza.

Dispute, dispersioni di terre e di beni, ripresa con l’unione della Abbazia alla Congregazione di Santa Giustina, soppressione napoleonica

Nel XII secolo ci furono ancora dispute tra il monastero ed alcuni pretendenti che cercavano di usurpare terre in quel di Lisiera; ci furono anche delle donazioni da parte di fedeli come a Bertesina, Bertesinella, Quinto, e forse a Ospedaletto di Lisiera e a Monticello C. Otto. Terre legate al monastero erano situate piuttosto lontano come nell’antico “Leguzanum” con una cappella dedicata a san Vito e a Marostica. Erano proprietà di antica pertinenza concesse a lavoratori di origine tedesca. Si trattava di terre bonificate e lavorate fino al XII – XIII sec. dai Benedettini stessi assieme ai futuri beneficiari, in alcuni casi coltivate a viti; in altri casi si trattava di terre vergini assegnate a lavoratori per il disboscamento. In un documento di prima della metà del XIII secolo risulta che i Benedettini vendettero tutti i possedimenti che avevano a Malo e a S. Vito di Leguzzano al famoso conte Savino, un usuraio senza scrupoli, probabilmente perché indebitati. Nella seconda metà del XIII secolo, dopo la fine delle scorribande degli Ezzelini, sembra che il monastero abbia giocato un ruolo importante a favore di una dominazione padovana a Vicenza con risvolti anche in ambito religioso. Il vescovo Altegrado, in una visita del 1307, riscontrò problemi seri che così venivano espressi: “…quasi nulla vi abbiamo trovato che non abbisognasse di riforma…sembrate deviati in tutti gli istituti del vostro santo padre Benedetto”; senza dire della dispersione dei beni a causa soprattutto della trascuratezza degli abati del periodo. Soltanto dopo la metà del secolo la situazione tornò alla normalità, ma si deve registrare che in quegli anni i due martiri vicentini cessarono di essere i patroni principali della città a favore di san Vincenzo. All’inizio del XV secolo il monastero ebbe l’investitura di alcune terre in quel di Brendola. Nel 1427 con la presenza di Ludovico Barbo fondatore della Congregazione di s. Giustina di Padova si tentò di ritornare all’osservanza delle regole benedettine dell’origine e subito dopo la metà del secolo si ebbe l’unione della comunità di san Felice a quella di santa Giustina ed il monastero vicentino si intitolò all’ordine di san Benedetto dell’Osservanza. Anche l’amministrazione patrimoniale, pur ridotta rispetto ai più floridi periodi precedenti, ne risentì positivamente e altre terre si aggiunsero o tornarono al monastero, mentre altre se ne distaccarono. Il numero dei monaci in questi periodi era piuttosto esiguo, a volte erano presenti solo monaci di origine tedesca. Il ‘500 si aprì con rinunce di alcuni locatari a lavorare le terre, forse a causa di un periodo turbolento. Nonostante la ripresa in corso altre alienazioni si susseguirono anche a causa del progetto di allargamento della cinta muraria della città che avrebbe comportato la demolizione del convento, cosa che poi non avvenne. Dopo il concilio di Trento si ebbe una forte ripresa con aumento del numero dei monaci. Nel secondo decennio del XVIII secolo ci fu un importante restauro del monastero con la costruzione ex novo del chiostro, ma si era ormai alla fine della sua vita perché con la nota legge napoleonica di lì a mezzo secolo furono soppressi tutti gli ordini religiosi ed il convento fu trasformato in caserma.

Il monastero

Dei primi insediamenti benedettini dell’VIII secolo non è rimasto nulla; ci fu un importante restauro alla fine del X secolo dopo la devastazione degli Ungari. Altri lavori di rinnovamento si ebbero nel XII – XIII secolo tanto che in un documento del 1230 si trova: sub porticali novi monasterii sancti Felicis”. Nel 1250 si cominciava la costruzione del nuovo chiostro. Nel 1398 si ebbe la costruzione di un nuovo settore, ma oggi di questa costruzione rimangono poche tracce, mentre resta della parte del convento del 1398 che si sviluppava ad U una bella loggia pur con qualche manomissione in epoca recente. Un restauro probabilmente si ebbe verso il 1650 anche se mancano documenti sicuri. Il complesso che si presenta attualmente è del Settecento su progetto di autori non ancora identificati, e risente del rigore e della severità dell’entrante stile neoclassico.

Vita religiosa

Come più volte richiamato i Benedettini si installarono a s. Felice nell’ottavo secolo, portando lo stile di vita monastica dettata dalla famosa regola di san Benedetto, in latino Regula Monachorum o Sancta Regula. Nel corso del tempo drammatici avvenimenti incisero profondamente anche sulla vita religiosa, come l’incursione degli Ungari poco prima del mille o dopo il mille le rivendicazioni dei famuli che comportarono distrazioni fondiarie a danno dei beni del monastero e conseguenti dispute che lasciarono dei segni anche in ambito religioso. Pur essendosi diffusa ormai la riforma cluniacense verso la fine del ‘200 si facevano sentire i sintomi di una nuova mentalità che stava prendendo piede: si deve tenere presente che l’abate doveva curare anche la vita religiosa dei fedeli del borgo costituito in parrocchia. Nel Trecento le cose sembrano tornate alla normalità, pur dovendosi registrare la scelta di san Vincenzo quale protettore di Vicenza, come già riferito, al posto dei due martiri vicentini. Piuttosto confuse sono le vicende nel periodo dello scisma occidentale con la contemporaneità di tre papi. L’abate Pietro Paruta voluto da papa Martino V, pur non appartenente all’ordine benedettino, nella terza decade del ‘400 partecipò al concilio di Basilea convocato dallo stesso papa Martino nel 1431. Si sono già viste le conseguenze della presenza di Ludovico Barbo a S. Felice con il consolidarsi dell’osservanza delle regole del Fondatore e l’unione del monastero di s. Felice con quello di s.ta. Giustina di Padova. Dopo la riforma tridentina il convento continuò a vivere nello spirito della riforma di s.ta Giustina pur richiamandosi a quanto il concilio aveva espresso. Nel ‘700 venti nuovi, a volte turbolenti spiravano nelle comunità e i monaci, pur continuando a tenere la parrocchia del borgo, dovettero fare i conti con questa realtà che ebbe il suo epilogo con l’editto napoleonico del 1796, ribadito espressamente per l’Italia nel 1810: gli ordini monastici furono soppressi e i conventi chiusi o destinati ad altro uso.

Federico Cabianca