La Padova, città materna, di Diego Valeri

Abstract

Il legame del poeta Valeri con Padova è non solo biografico, ma soprattutto affettivo. A Padova ha studiato, ha vissuto, ha insegnato e ne conserva un ricordo carico di emozione come di città materna, che descrive nell’omonimo volume (1), come sottolinea Mario Richter: “Credo che la dotta e riservata Padova non abbia mai avuto un omaggio così tenero, così abbandonato, così davvero filiale”(2). Una Padova descritta in prosa e in versi fin nei particolari: il Bo e i suoi studenti, il Bacchiglione e le sue acque, i Colli, Borgo Santa Croce, l’Orto botanico.

L’ uomo

Diego Valeri (Piove di Sacco, 1887 – Roma 1976)  dopo essersi laureato in lettere a Padova, vince il concorso nazionale per una borsa di perfezionamento all’estero e frequenta così la Sorbona di Parigi. Più tardi è professore di lettere italiane e latine nei licei classici e nel contempo è incaricato di lingua e letteratura francese all’Università di Padova, divenendo poi nella stessa professore ordinario.

È stato socio nazionale dei Lincei, vice-presidente Veneto di scienze lettere ed arti, (già Presidente dell’Accademia Patavina di scienze lettere e arti) traduttore dal francese e dal tedesco. Ha  tradotto, tra gli altri: Flaubert, Valéry e Heine, Goethe e Rilke, divenendo così una delle figure di spicco nel campo della traduzione. Autore di saggi critici, saggi d’arte, raccolte poetiche, prose, è riconosciuto ancora in vita per una fama conclamata.

Un discorso a parte va fatto per Città materna quella che lo studioso Vittorio Zambon chiama Rêverie di Città Matern (3). Il poeta di Piove di Sacco qui dà particolare vibrazione alla vocazione paesaggistica nel cuore della sua Padova che, insieme alla pianura intorno, costituisce il paese natale del poeta.

“Questa Padova  è per me un meraviglioso palinsesto di cui non posso leggere nessuna pagina senza intravvedere quel che vi sta scritto sotto a caratteri di memoria” ricorda ancora Zambon, citando lo stesso Valeri.

In Padova, allor “C’è nei miei più lontani ricordi una città vasta e profonda, irta di muraglie e di torri massicce, bruna bruna sotto un candido cielo d’estate, carica di silenzio, e di una dolcezza triste e, non so come, materna. Tutto intorno il mistero della campagna, la pianura infinita; dove arrivano le vecchie mendicanti scalze, i vitellini legati sul carretto, i cumuli traballanti di fieno”.

Il ricordo della città materna

E Diego Valeri procede, nel ricordo della città materna tra i modi affettuosi e incantati della réverie, fino ad identificare Padova con le aspirazione della sua fanciullezza (“Cara Padova, ora la domino tutta col mio amore e posso serrarmela al petto, come faccio con la mia mamma”).

Tratti più realistici di un disegno insieme arioso pur preciso e intenso li ritroviamo ad esempio nelle seguenti righe “dall’alto degli argini e dei ponti mi piace volgere lo sguardo alla città, e vedermela aperta davanti, bruna anche sotto i fuochi del tramonto; larga, piatta, compatta. Ecco la lunga schiena del Palazzo della Ragione, ecco le torri del Comune e del Bo, e la mole gigantesca del Santo, e le cupole solitarie del Carmine e di Santa Giustina e, in mezzo, la massa d’alberi del Prà della Valle”.

In questi suggestivi ricordi della Padova di inizio secolo, c’è il fascino dalla recherche du temps perdu che dà, in una sola pennellata, anche l’intero affresco di una città attaccata al passato ma allo stesso tempo tesa a un fortunato avvenire.

Sempre in Città materna la scrittura si esercita in brevi prose liriche dove è sempre presente un’aria, un’atmosfera padovana e veneta. Questa dà un’unità di tono indiscutibile a tutto il volume. L’opera è dedicata a Edoardo Bordignon, amico del poeta e al quale Valeri dedica queste righe:

“Questo libro sulla nostra materna Padova è nato, tu lo sai, all’ombra delle cupole del Santo, nella  tua casa meravigliosamente ospitale di contrà del Santo. Qualche pagina esisteva già, da anni parecchi, ma il libro si è formato proprio lì , sotto i tuoi occhi; e per tua tacita ispirazione e deliberata volontà. Esso dunque è tuo non meno che mio. Valga a testimoniare il nostro filiale affetto per la cara vecchia città- tanto più cara , quanto più martoriata- e a suggellare, con piccolo segno di poesia tutta nostra, la nostra amicizia fraterna”.

Il libro Città materna ha avuto varie edizioni, dalle due mondadoriane del 1934 (parziale) e del 1953, a quella già citata del 1967, alle edizioni del 1944 (4) e del 1977 (5).

La città viene attraversata da Valeri con quel “calore” che egli stesso riconosce a chi prima di lui ha decantato le bellezze della città ; scrive infatti: “Ma la poesia dei grandi poeti aggiunge luce alla luce del sole, su tutta la chiostra dei bei monti solitari; perché la poesia, anche se la poesia invoca la morte, afferma nel fatto il più alto modo di vita, creando quella sua bellezza <fatta d’anima pura e di parole> che dura più del marmo e del bronzo”.

Poi Valeri invoca e parla con la città materna e si chiede “tutta qui Padova?” La risposta, naturalmente, è no. “So bene che ci sono almeno tante Padove quanto Padovani; ognuno vedendo amando e odorando la sua. Questa intanto è la mia , trina ed una: quella che, in questo momento, s’impone alla mia fantasia, o, per meglio dire, alla fantasia del mio naso”.

Intuito e amore per Padova

Padova è vissuta da Valeri con i cinque sensi più il sesto, quell’intuito/amore che gli fa scoprire scorci invisibili agli occhi: “Se voglio veder Padova, non serve che io m’aggiri per le sue strade. Bisogna invece, e basta, ch’io chiuda gli occhi e guardi dentro di me: quivi essa è viva ancora, coi suoi volti varii e con la sua anima strana, vecchia di secoli, e nata da poco, insieme con me”.

Statua bianca della notte, alzata
tra i voli obliqui delle stelle,
dove guardi tu cieca? cosa ascolti
tu sorda? quale eterno canto canti
nel muto cuore? Forse tu sei la morte. Idea, figura,
ferma sopra il mutevole delirio della nostra speranza. Nello spazio
tra i verdi inganni di due soli,
nuda a te stessa splendi
di luce vera.
                (Città materna)

Anche nei passaggi di prosa il poeta tocca momenti di puro lirismo: “Il mio Pra’ della Valle non è, direi, un luogo nello spazio; sì, piuttosto, un luogo nel tempo. Nel tempo, cioè nel passato, cioè nel ricordo; cioè nel mio cuore, a cui le lontane memorie, via via che fuggono gli anni, vengono facendosi sempre più vicine e presenti”. (Città Materna)

Va ricordato, in ultimo, che Diego Valeri serba nel cuore quel “luogo nel tempo” proprio perché – per certi versi- “esule” dalla sua Padova con la quale rimarrà legato quasi esclusivamente per l’incarico universitario. Valeri vivrà gran parte del tempo della sua vita fra Firenze e Milano, esule per spaesamenti: Lui…mente e cuore sempre in piena e febbrile “gestazione”.

Marta Celio

Immagini

Diego Valeri

Note

(1) Diego Valeri, Padova, città materna, Bergamo, Istituto italiano d’arti grafiche, 1967, con 20 tavole di Eugenio Dragutescu, grafico rumeno.
(2) In Padova e il suo territorio, anno 2, n.6, marzo-aprile 1987.
(3) Vittorio Zambon, La poesia di Diego Valeri, Liviana Editrice in Padova , 1968.
(4) Ed. Le tre Venezie, con disegni di Bernardino Palazzi che scandiscono i momenti e i luoghi di Padova e dei colli.
(5) Ed. Massimiliano Boni, Bologna