Lucrezia degli Obizzi Dondi Dall’Orologio, una tragedia padovana del seicento

Abstract

Il delitto della nobildonna padovana Lucrezia degli Obizzi nata Dondi dall’Orologio, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 novembre 1654, appare una tragedia non solo padovana ma europea per le ripercussioni che ha avuto nelle diverse corti di principi e monarchi del continente. Questo lo si può verificare dai contributi poetici in onore della nobildonna padovana, Le lacrime della Fama, opera di poeti rinomati ma anche di prìncipi e nobili illustri e conosciuti. Del marito, marchese Pio Enea II Obizzi, librettista e uomo di teatro, sono da citare: L’Atestio, L’Ermiona e Poesie liriche, più volte ristampate.

L’assassinio di Lucrezia degli Obizzi è una tragedia che si manifesta inoltre come caso emblematico della vita e della società del Seicento non solo padovane ma di gran parte d’Italia, tanto più che Lucrezia era moglie di un cavaliere esemplare, apprezzato capitano, poeta e autore di melodrammi, accademico dei Ricovrati (ora Galileiana), amico tra l’altro di Carlo Dottori, organizzatore di giostre e tornei, proprietario di uno dei teatri più in vista della città (nel ‘900 diventato cinema Concordi). All’esterno dell’ex teatro è rimasta una lapide che ricorda l’autore letterato, (ma pure alquanto prevaricatore) e lì accanto, dove ora si trova via degli Obizzi, sorgeva il loro palazzo con stalle, servitù e carrozze, dove nel 1654 è avvenuto il delitto.

Il caso

Si deve premettere che questo caso è stato studiato con rigore storico per la prima volta solo a metà ottocento da Andrea Gloria, e dopo il suo studio c’è stata una ricognizione delle tombe di famiglia degli Obizzi nella Cappella della Madonna Mora al Santo. Solo allora lo storico “si permetteva” di fare il nome dell’assassino, vale a dire l’ex amico di famiglia Attilio Pavanello, nome fino ad allora taciuto per gli stessi motivi per cui il famigerato Bernardino Visconti è diventato l’Innominato ne I promessi sposi di Manzoni.

Con l’arresto a Ferrara del Pavanello attraverso il sotterfugio di una lettera anonima (di autore-autrice sconosciuto), prende corpo dopo più di un anno dal delitto il movente passionale, mentre per lunghi mesi era prevalso quello “politico”, cioè una vendetta traversale compiuta da qualche nobile padovano contro Pio Enea II, gran personaggio letterato e cavaliere, ma anche arrogante e sprezzante contro chi avesse voluto contrastarlo in società (e per strada!). Un po’ alla volta l’Obizzi si convinse della colpevolezza dell’ex amico padovano, che dalle prigioni di Ferrara era stato trasferito ai Piombi di Venezia. Attilio era stato bravissimo a negare ogni accusa, anche l’evidenza delle prove (biancheria e abiti insanguinati, manico di rasoio spezzato e altro), a nascondere il suo alibi con il pretesto di essere stato con una dama di cui non poteva fare il nome, a sopportare infine la tortura ai piedi con il “fuoco di san Lorenzo”.

Così il delitto del secolo rimase senza colpevoli per la giustizia veneziana, ma ci pensò il figlio più giovane di Lucrezia, Ferdinando, a farsi giustizia privata quando Attilio, dopo qualche anno di prudente assenza da Padova, dopo essere uscito da casa per recarsi a messa al Santo, venne intercettato per strada e colpito con archibugi da masnadieri dell’Obizzi, che avrebbe finito l’assassino della madre (lui allora il solo presente in casa e rinchiuso nella sua stanza), troncandogli la testa. Quindi con i suoi sgherri se ne fuggì prima a Ferrara e poi a Vienna, dove si distinse nella difesa della città assediata dai turchi. Gli Obizzi, originari della Borgogna, venuti nel nord dell’Italia, si diramarono a Genova (Fieschi), Lucca (Obizzone, Malaspina), Ferrara e Padova. Capitani di ventura della Serenissima, erano diventati ricchi e potenti, possedevano il palazzo di Padova, avevano eretto il maestoso palazzo-fortezza del Catajo di Battaglia, il feudo con villa (malfamata per i soprusi dei loro bravi) al Bignasego, e una villa nel modenese chiamata “La Quiete”, dove Pio Enea ricevette la notizia dell’assassinio della consorte. In quella delegazione figurava anche il Pavanello!….. (continua)

Gianluigi Peretti

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