Bluer e la poesia del colore che si fa soglia del visibile

Abstract

Pittura, scultura e installazione costituiscono da vari anni gli ambiti operativi di Lorenzo Viscidi Bluer che, veneziano d’origine, risiede e lavora a Padova da oltre cinquant’anni. Ne scrive il critico d’arte Enzo Santese.

Da Proust a Matisse

L’artista è guidato sempre lungo un’orbita interpunta da emozioni, intese nella loro accezione etimologica (prima dal latino movere, poi dal francese émouvoir = mettere in movimento) di slanci dinamici da un sentimento a un altro, in virtù della percezione segnaletica proveniente dal processo costruttivo dell’immagine e dalla sua definizione in opera d’arte. L’itinerario di ricerca lo porta da sempre a evadere dalla realtà circostante e proiettarsi nelle remote lande del sogno, della fantasia, dell’incanto, assorto completamente nelle ragioni del blu. Questo colore – che è anche l’origine significante del suo nome, Bluer – si fa caleidoscopio inesauribile di varianti in una gamma che va dalla tenuità di un celeste atmosferico primaverile fino alla tinta più bruna della notte, entro cui preleva la tonalità più consona e rispondente al proprio stato d’animo. Lorenzo Viscidi si è appropriato di tutto il ventaglio di sfumature nella loro globalità, eleggendole a corde di un suo strumento espressivo con cui accompagna il canto e l’inno alla bellezza dell’universo. È il punto di arrivo e di partenza – in un moto ciclico del fare e del pensare – che lo fa viaggiare sulle alte frequenze di una vertigine, che è sostanzialmente quella dell’infinito, concepito come il traguardo di ogni tensione che parta dal microcosmo interiore. È quel processo che Marcel Proust individua nelle ninfee di Claude Monet, in un rispecchiamento asimmetrico tra la profondità interiore e l’immensità del cosmo, in un inebriante confronto fra il “particulare” e l’“universale”: “Forniva alle ninfee un suolo di colore più prezioso, più struggente di quello dei fiori medesimi…con ciò che, in quell’ora (il tramonto), vi è di più profondo, di più fuggitivo, di più misterioso – con quello che vi è di infinito -, quel tappeto celeste sembrava averle fatte fiorire in pieno cielo.” (Marcel Proust, À la Recherche du Temps perdu, Edizione Clarac-Ferré, Parigi, vol. I, pp. 170). In tale mistero tende il proprio scatto poetico l’artista, che è spinto da una felicità della scoperta alimentata da una fervida esplorazione nei recessi dell’indicibile e nei segreti metamorfici del reale.

Il blu peraltro è come l’orizzonte: più si è sul punto di raggiungerlo più esso si allontana perché la dimensione è immensa e la dilatazione è continua secondo il movimento intellettuale di chi la considera. È una polarità della sua poetica concepita rispetto alla finitudine umana, con la sua forza di attrazione che si attua mantenendo sempre la stessa distanza da chi guarda, in questo suo essere “mobile, cangiante, aperto sull’indeterminato” (Cèline Flécheux, L’orizzonte, Mucchi editore, pag.145).

Divenuto ormai una connotazione fondante della personalità umana e artistica, il colore è stato sperimentato in moltissime forme, soluzioni e materie, e ha sviluppato una serie nutritissima di prove che dagli esordi ad oggi hanno impegnato l’olio, l’acrilico, il plexiglas, la ceramica, il vetro di Murano, gli inchiostri.

La riflessione oscilla sempre dal concreto all’astratto, dal fisico allo spirituale, cercando ogni volta la frequenza più adatta a imprimere intensità di affondo nelle regioni anche più misteriose della metafora, cogliendo il nesso tra l’interiorità come microcosmo in persistente evoluzione, e la totalità dell’essere in metamorfosi continua.

Henri Matisse, nell’opera Icaro del 1947, percorre le fibre più interne della metafora del volo attraverso il mare come simbolo di una vita difficile con una tecnica che disinnesca le ragioni inibenti della sua salute (una forma di reumatismo piuttosto violenta gli impedisce di tenere in mano il pennello): ritaglia delle sagome fatte preventivamente dipingere su sue indicazioni e le applica sulla superficie. In Bluer il senso del colore promana da una superficie che è piano di registrazione per movimenti dello sguardo interiore, che mutua dalla bellezza del fisico le energie creative per una cangianza chiaroscurale, allusiva di una profondità che collega direttamente la fibrillazione dell’animo con le seducenti cadenze di luce del mondo; è l’aspetto iridescente tipico di alcune gemme che producono effetti mutanti in rapporto alle caratteristiche della luce.

L’idea di un orizzonte simbolico che segna il confine tra il territorio privato, quello dei pensieri segreti, delle emozioni, dei sentimenti, e lo spazio esterno – denso di cose, forme e presenze che costituiscono il contesto fisico dove si confrontano natura e artificio – si illumina spesso per una luce che ha la capacità di mettere in evidenza visiva le parti più riposte dell’individualità, con la sottolineatura dei tremori, delle paure, delle aspirazioni inconfessabili, delle tensioni ideali. Ad accendere quel circuito l’artista impegna il suo corredo di opzioni pittoriche capaci di segnare nella tela uno sprofondamento virtuale verso un “oltre”, che non è solo stratigrafia dell’“esistere” ma anche dell’“essere”.

La tela incollata al supporto ligneo accoglie il colore che l’artista distribuisce in un calcolato gioco di casualità lungo direttrici diverse, tramite il getto d’aria; in tal modo gli inchiostri, agendo sulla loro peculiare liquidità, si effondono e si asciugano in un gioco vaporoso di scie, in un vortice di chiaroscuri, dentro tagli di luminosità improvvisa come folgori dietro nuvole tempestose. La resina sovrapposta segue le stesse modalità di stesura lasciando che il caso disponga la sua trasparenza nelle zone del quadro dove si rapprende, lasciando squarci di opaca granularità, zone ruvide che dialogano con quelle lucide.

Talora la tela è appena appoggiata sul fondo e crea delle ondularità che danno all’opera la parvenza di increspature di superficie come per una forza che le sommuova sottopelle.

Sul piano dipinto, dove la cifra allusiva è dominante, l’incidenza del raggio e il suo rimbalzo in una riflettenza mai uguale a se stessa dipende dalla distanza, dalla posizione e dalla qualità della sorgente luminosa.

Il getto d’aria muove l’inchiostro e la resina verso traguardi inattesi che solo in itinere, agli occhi dell’artista, si rivelano degni di rapprendersi in elementi armonici di una composizione strutturata in maniera tale da far emergere dalla latenza elementi informi (o atomi informali!) pronti ad assumere tratti anatomici riconoscibili. Il vento che investe la liquidità del colore nei suoi percorsi lungo direzioni precise della superficie fa affiorare frammenti o masse incandescenti che dialogano con punti più oscuri, che rimandano alla profondità, lasciando trapelare come in filigrana una sostanza dove si alternano materia rada e densa.

Nella geografia fantastica si delinea una mappa di vitalità intensa dove la luce oscilla dai punti di emersione a quelli di eclissi, e qui sembra passare dietro il piano dipinto per ricomparire poi all’improvviso a dar senso alla logica chiaroscurale del quadro. Una sorta di ectoplasmi, usciti dal corpo cellulare, si moltiplica in una serie fitta di corpuscoli che paiono muoversi talora in filamenti dentro ambiente fluido, talaltra sembrano compenetrare la loro trasparente struttura con gli addensamenti di colore disseminati nel quadro, che è schermo di una visione pulviscolare; qui le particelle fluttuano veloci in moti vorticosi, quasi innescati da una interna misteriosa energia. In qualche occasione le presenze che costellano la superficie sembrano richiamare le animelle che in una fase remota della sua ricerca connotavano l’opera. E, nel sistema compositivo, reale e virtuale si fronteggiano esibendo una gamma di effetti che vanno dal contrasto all’armonizzazione totale degli opposti; infatti nel gioco compositivo entrano da protagonisti gli elementi della natura, l’aria quale strumento di stesura e costruzione, l’acqua come medium attraverso cui il colore si dispone alla maggiore diluizione o alla condensazione, il fuoco metaforico, attraverso le accensioni improvvise nella trama pittorica, e la terra come simbolo a cui si richiamano i passi di maggior spessore del piano. Quanto vale per il blu, tema conduttore nella poetica di Bluer, si replica con  effetti di pari efficacia espressiva con il rosso di talune soluzioni apparentemente monocromatiche (in realtà un’analisi attenta evidenzia una serie corposa di varie tonalità che innervano stesura e disseminazione della tinta) e il verde, il giallo-oro e il nero utilizzati come poli dialettici del blu stesso.

Bluer

Il credo della luce che nella prima parte dell’800 aveva impegnato William Turner a porre le basi per l’avventura impressionista, adesso in Bluer illumina un cammino di sostanziale contiguità tra il finito della tela e l’infinito dell’immaginazione che guida parte dell’evento pittorico (il resto è autentica sorpresa anche per l’artista), dando peraltro a quella lezione il pregio di una continuità pur con un innesto nelle istanze contemporanee della pittura; questa focalizza nelle sue dinamiche interne il senso dell’essere che, anche quando si cela alla quantificazione o alla citazione, diventa occasione per un azzardo rispetto all’indicibile e all’invisibile. La rarefazione fisica del colore, alla quale Bluer arriva per successivi meditati sganciamenti dall’idea di matericità, è direttamente proporzionale alla tensione verso il trascendente, che è irrapresentabile, ma dall’artista può essere “tradotto” in un ritmo di superficie dentro cui pullula appunto un mare di vitalità. È per questo che, pur nell’assoluta diversità di esiti espressivi, è possibile cogliere un’assonanza con Mark Rotko, quando il pittore statunitense spinge il colore a inabissarsi nella profondità dello spirito. L’artista veneziano crea peraltro uno schermo ricchissimo di segni, di articolazioni cromatiche, di combinazioni di masse, di differente consistenza della liquidità, che danno alla pittura il tocco preciso di diaframma tra l’“al di qua” percettibile e l’“oltre” impraticabile con i mezzi esclusivi della ragione narrativa, semmai di quella lirica e spirituale. Il segreto dell’ampia gamma di possibilità nella rarefazione del colore sta dentro la quantità variabile d’acqua nella diluizione del colore, che espande la sua struttura corpuscolare avvicinandola a quella del pastello denso. Così di fronte agli occhi dell’osservatore si prospetta una vera e propria esplosione cambriana, oppure un sussulto della materia per l’azione dell’energia modificatrice, oppure ancora la spinta centripeta della massa in un moto di aggregazione; in altri casi la fermentazione preliminare a uno scatto evolutivo dell’esistente nella fusione nucleare di corpi celesti, la polvere interstellare nel turbinio di particelle che navigano in un complesso di gas dagli effetti a volte iridescenti. È un modo per guardare al divino dopo aver apprezzato a pieno al terreno, che ne è una derivazione. Da questo punto di vista l’opera di Bluer si nutre intrinsecamente di aderenza al fisico da cui trae spesso forza per uno slancio verso il metafisico.

Enzo Santese

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