Simone da Camerino, il “Fratacchione”

Abstract

Il monaco che, per santità di vita, profondità di scienza e abilità diplomatica, dette incremento al culto della Beata Vergine della Salute e alla vita religiosa del suo ordine, facendo del convento di Monteortone  un cenacolo di spiritualità per una nuova congregazione mariana, si chiamava Simone da Camerino. Ma chi era veramente costui? L’autore del seguente articolo, supportato dalla storiografia del vescovo Tomasino e dalle puntuali cronache reperite negli archivi dei padri agostiniani, ne traccia un interessante ritratto.

Un frate teologo, predicatore e… Beato

Nelle nostre ricerche sulle origini del santuario di Monteortone (località di Abano Terme ai piedi dei Colli Euganei), ci siamo imbattuti in un personaggio medievale di notevole spessore: fra Simone da Camerino, soprannominato da alcuni storici “fra Simonetto” e da altri il “fratacchione”.

Il secentista Giacomo (o Jacopo) Filippo Tomasino (o Tomasini), vescovo di Cittanova, in appendice alla sua “Hiƒtoria della Beata Vergine di Monte Ortone”, pubblicata nel 1644, riserva un capitolo piuttosto sostanzioso al profilo del suddetto monaco, vissuto nel XV secolo e appartenente alla congregazione degli agostiniani eremiti di Padova, il quale, per le virtù praticate in grado eroico, dopo la morte entrò presto a far parte della schiera dei candidati alla canonizzazione. Scrive Luigi Torelli da Bologna, a pagina 287 della sua ponderosa opera, uscita in più volumi tra il 1659 ed il 1686 e intitolata “Secoli Agoƒtiniani. Ovvero Hiƒtoria generale del Sagro Ordine Eremitano […]”, che da alcuni autori, e specialmente dal Panfilo e dal Romano, il religioso in questione venne fregiato con l’attributo di “Beato”. E tale, invero, fu sempre  considerato dai frati della sua congregazione, pur mancando il pronunciamento ufficiale da parte del Vaticano.

Nato a Camerino, nella Marca Anconetana, non si sa bene se nel 1392 o 1396, oppure nel 1404, Simone entrò giovanissimo nel convento della sua cittadina, per osservare la regola di S. Agostino, distinguendosi a motivo delle sue non comuni capacità intellettuali e per l’esempio di santità desiderata e vissuta all’interno dell’Ordine. Divenuto anzitempo maestro di teologia, fu molto apprezzato ed ambìto soprattutto per la predicazione dei suoi quaresimali. Prima d’essere inviato dai superiori a Monteortone, percorse come predicatore, appunto, varie zone dell’Italia settentrionale e meridionale.

Si legge nelle “Hiƒtorie di Fermo” che un giorno, trovandosi nel 1432 appunto a  Fermo, nelle Marche, per svolgere il suo ministero, ebbe l’idea di far portare agli Hebrei et Hebree il fegno del velo giallo per differenza di Criftiani […] il che poi venne pofto in efecuzione nelle altre città e al dì d’oggi fi offerva. A tal proposito, anche nei “Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo” (n. 55 del 2013), Giacomo Maranesi, riferendosi alla “Cronaca” di A. Niccolò, scrive: “ Nel mese di maggio 1433, giunse in città un frate eremitano chiamato Simone da Camerino. Costui predicò più volte nella chiesa di Sant’Agostino e in piazza, affermando, tra le altre cose, che gli Ebrei non si distinguevano dai Cristiani. Immediata fu la reazione del Consiglio di Cerneta, che ordinò che tutti gli Ebrei della città portassero sulla veste un segno tondo e giallo, per essere riconosciuti. Tale disposizione venne riconfermata dal pontefice Eugenio IV con un breve del 9 giugno 1433”.

Caratteristiche fisiche di fra Simone da Camerino

Fra Simone aveva una statura alta, forse una corporatura robusta ed un volto relativamente scarno. Le rare incisioni antiche ce lo raffigurano, per lo più, con una barba folta e dipartita nel mezzo. In merito alle caratteristiche fisiche del monaco, il Mandruzzato, nel trattato sui bagni di Abano (parte seconda, sezione prima, nota VI di pagina 38), pubblicato a Padova nel 1789, commenta:

Il Sanfovino, nella fua Venezia, racconta che Fr. Simone da Camerino era cognominato il “Fratacchione”, probabilmente, come penfa taluno, per effer egli grande di ftatura. Ma falla poi il Sanfovino dicendo che la pace conchiufa [pace di Lodi] dal detto Fr. Simone foffe tra la Repubblica Veneta, e Filippo Maria Duca di Milano; imperocché quella pace feguì al 1454 e Filippo era morto fino dal 1447. (1) Non fi fa fu qual fondamento Pietro Mattei nella “Hiftoria di Francia fotto Henrico Quarto” (Lib. I.) chiami il medefimo Fr. Simone col nome di “Simonetta”, quando ciò non aveffe fatto a fcarico di quel difgufto che egli dimoftra, offervando che a’ giorni fuoi vi aveva più di un efempio di Frati, chiamati a conciliare i diffapori tra’ Principi.

Ma il menzionato padre Luigi Torelli da Bologna, in contrasto con il giudizio del Tomasino, scriverà: Nell’antica, e nobile Città di Camerino nacque ben sì il Vener. P. Simone, chiamato forfe per la picciolezza del corpo, communemente Fra Simonetto. In altro luogo della sua opera, ribadirà il concetto con queste parole: […] il Ven. Seruo di Dio F. Simone da Camerino, chiamato anche da molti Scrittori, forfe per la piccolezza del Corpo, Simonetto […].

Comunque, alto o basso, tarchiato o magro che fosse, il nostro frate si distinse soprattutto per le geniali idee, per le innovazioni e per gli efficaci doni carismatici di cui era dotato. Inoltre, viene ancor oggi ricordato per aver fatto dissodare i terreni circostanti la chiesa di Monteortone e l’attiguo convento, da lui peraltro fortemente voluto, disboscando il vicino monte, collocando a dimora viti, ulivi, castagni ed alberi da frutta, non permettendo che franasse il terreno delle pendici collinari, ma sorreggendolo con muretti in pietra, le cui tracce sono in parte ancor oggi visibili e sezionando il colle con ampie gradinate.

Fra Simone eccellente diplomatico

Santuario di Monteortone, Il monastero

Molto stimato dai signori della Repubblica Veneta (conserviamo di lui le fotocopie di alcune lettere, con le quali si rivolgeva familiarmente al doge per chiedergli favori), il Consiglio, confidando nell’arte della sua eloquenza e della sua diplomazia, gli affidò l’alto incarico di mettere pace tra il ducato di Milano e la Serenissima, in guerra da diversi anni per l’espansione del territorio e per motivi di successione. Simone, da eccezionale diplomatico qual era, portò felicemente a termine la sua ambasciata e, di lì a poco, si pervenne alla cosiddetta “Pace di Lodi” (9 aprile 1454), che garantì un lungo e duraturo periodo di distensione tra la Repubblica del Leone alato e il ducato di Milano.

Ma, oltre a ciò, cosa fece ancora il nostro agostiniano per la località “selvaggia e inospitale”, ovvero – come dirà il Tomasino – per il “ƒito incolto e ƒilueƒtre” di Monteortone? Dopo i fatti prodigiosi del maggio 1428 (la Madonna era apparsa al soldato Pietro Falco, promettendogli la guarigione da vecchie ferite e annunciandogli la fine della peste, che aveva messo in ginocchio l’intero territorio padovano), s’adoperò a realizzare molte opere di misericordia, sfamando, curando ed assistendo le frotte dei pellegrini, dedicandosi soprattutto agli storpi, ai ciechi e agli appestati, che approdavano numerosi nel luogo dell’apparizione; amministrò direttamente i lasciti e le offerte dei fedeli, senza l’intermediazione delle autorità padovane; convinse gli abitanti del posto a riprendere l’aratro e gli strumenti agricoli, per rendere produttivi i campi.

Nel 1452, riuscì a far suggellare da Nicolò V in persona, con un “breve” apostolico, una nascente società degli agostiniani, denominata “Beatae Mariae Virginis Montis Othonii” (“della Beata Maria Vergine di Monteortone”) e costituita da una sessantina di frati. Da quella data, la congregazione ottenne anche d’essere resa indipendente dal primitivo Ordine Agostiniano Eremitano, beneficiando al contempo di molte esenzioni fiscali.

Tre tombe per quattro salme

Lastra tombale
di Frate Simone da Camerino

Attorniato da un numeroso stuolo di confratelli, Simone da Camerino morì santamente nella sua cella il 12 marzo 1478, all’età di 74 anni (secondo il Tomasino), o di 86 anni (secondo Camillo Lilii, storiografo di Luigi XIV). Venne sepolto sotto i gradini dell’ampio presbiterio del santuario di Monteortone, con i piedi rivolti ad oriente, verso l’altar maggiore: ai lati del suo avello, le tombe dei due collaboratori che l’avevano preceduto, fra Alvise e fra Angelo. La città di Abano, e in particolare gli abitanti della frazione, dovrebbero essergli particolarmente grati. E invece nei secoli non gli dedicarono neppure una lapide né un busto marmoreo né una semplice targa.

Sfortuna volle, inoltre, che durante una ricognizione del 1615, aperte le casse dei tre santi uomini, le loro ossa si mescolassero. Nel 1855, anche la salma di don Giuseppe Antonio Erle, l’illustre canonico che, a metà del XIX secolo, aveva ottenuto dal vescovo di Padova l’autorizzazione a riaprire il santuario (da tempo divenuto un magazzino dell’Ospedale di Padova), fu solennemente traslata dal cimitero al sepolcro di fra Simone.

Oggi, la lastra tombale su cui spicca in rilievo l’effigie del monaco disteso sul letto di morte, con intorno una scritta latina che riassume mirabilmente la sua vita, presenta una frattura trasversale, apertasi probabilmente durante i primi lavori di consolidamento del tempio, avvenuti negli anni ’50 del secolo scorso. La scritta recita:

HOC IN SEPULCRO CLAUDITUR FR. SIMON DE CHAMARINO Q. SUIS TPRIB/ PDICATOR CORONA FUIT ET HAC SOCIETATE FRUM REGULARIU/ SCTE MARIE MOTIS ORTONI DIVO AUG DEDICAVIT –  FECIT Q/ PACE INTER ILLUSTRISSIMU/ DNUM VENTOR/ ET DUCE MEDIOLANI F. SFORCIA.

Superando alcune difficoltà dovute alle abbreviazioni e ai troncamenti dei vocaboli latini, ci è stato possibile interpretarla così:

“In questo sepolcro riposa fra Simone da Camerino, che ai suoi tempi fu corona dei predicatori; dedicò a S. Agostino questa società di frati regolari di S. Maria di Monteortone e mise pace fra l’illustrissimo signore dei Veneti e il duca di Milano Francesco Sforza”.

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(1) Va precisato che la data del 1447, indicata come anno della morte di Fra’ Simone, è un errore dello storico poiché vari documenti, come dice l’articolista più avanti, la collocano nel 1478.

Enzo Ramazzina

Immagini

Fotografie di Antonio Fiorito