Un turista di rango nella Padova del seicento

Abstract

Il principe Luigi II d’Este sosta a Padova all’inizio del suo “grand tour” per l’Europa negli stessi anni in cui aristocratici e artisti, soprattutto letterati e pittori, vengono in Italia per scoprirne la bellezza e la storia e visitarne i monumenti. L’espressione ‘grand tour’ compare forse per la prima volta nel 1670 ad opera di Richard Lassels sulla guida The Voyage of Italy.

Ingolstadt

Alla fine di febbraio dell’anno 1665 Luigi II d’Este, Marchese di Scandiano e principe del ducato di Modena e Reggio, ancora sedicenne, viene inviato a Ingolstadt per un corso di istruzione presso il Collegio che la Compagnia di Gesù aveva fondato in quella città della Baviera. Lo accompagnano i Conti Antonio Nigrelli e Francesco Dragoni e il suo precettore, il padre gesuita Domenico Garimberti. Completano il seguito ben nove servitori. Sia all’andata che al ritorno il viaggio, evidentemente programmato, si svolge non come un semplice trasferimento ma come un vero e proprio percorso di formazione attraverso l’Europa con evidenti finalità anche diplomatiche. Dopo essere passati per un rapido sopralluogo al collegio, la comitiva infatti proseguirà il suo itinerario per alcuni mesi visitando diverse città tedesche – Ratisbona, Norimberga, Magonza, Bonn, Colonia, Dusseldorf- e giungerà fino ad Amsterdam. Il principe Luigi raggiungerà di nuovo Ingolstadt solo agli inizi di dicembre, stavolta per fermarsi sei mesi e frequentare le lezioni. Ripartirà da lì il 17 giugno del 1666 ma non per rientrare direttamente a Modena, bensì per riprendere il suo tour per l’Europa arrivando fino a Copenhagen e a Stoccolma. Poi, invertendo la rotta verso sud, visiterà Berlino, Dresda, Praga, Bratislava, Brunn e Vienna. Il viaggio di formazione per l’ Europa del giovane principe italiano durerà così ben tre anni e si concluderà col rientro a Modena solo nei primi mesi del 1668. (1)

Sappiamo di questo lungo viaggio perché il Padre Garimberti, il precettore, ne ha tenuto un meticoloso diario. Il manoscritto, che è conservato presso la Biblioteca Estense Universitaria di Modena e la cui fotoriproduzione  è pubblicata in rete (2), descrive, quasi giorno per giorno, le città e i territori attraversati,  i personaggi incontrati,  i ricevimenti ufficiali e le case ospitanti. Annota anche le peripezie occorse  nei trasferimenti in carrozza e a cavallo o negli spostamenti in barca lungo fiumi e canali. Questo diario, la cui lettura è avvincente, costituisce una testimonianza importante per diversi motivi. Innanzitutto perché dimostra che mentre si andava affermando la consuetudine  per molti giovani esponenti dell’aristocrazia inglese e francese di effettuare viaggi in Italia, consuetudine nota in letteratura come la stagione dei “grand tour”, anche giovani esponenti della aristocrazia e delle case regnanti italiane venivano spinti a intraprendere analoghi viaggi di formazione all’incontrario verso il centro e il nord Europa. In secondo luogo perché testimonia di come i viaggi delle persone, così come il trasporto delle merci, in tutta Europa, ma anche nel nord Italia,  si svolgessero preferibilmente lungo le vie navigabili. In terzo luogo perché ci fa capire quali fossero considerate allora le cose notabili di una città per un visitatore forestiero, sia dal punto di vista del viaggiatore – cioè ciò che egli si aspettava di vedere- sia dal punto di vista degli ospiti – cioè ciò che essi si sentivano in obbligo di fargli vedere.

A Padova

Nella parte iniziale del viaggio, Luigi d’Este si ferma a Padova, dove giunge nel pomeriggio dell’8 di marzo e da dove ripartirà l’ 11 marzo. Vi giunge in barca, col buzintoro (3)colquale ha navigato lungo l’ultimo tratto del Po e dell’Adige per risalire da Brondolo lungo il Taglio Novissimo fino alla Mira e proseguire poi controcorrente lungo la Brenta e il Piovego sino al Portello. Padova è la prima città che visita.

Trascrivo qui dal manoscritto la cronaca di questi due giorni passati a Padova dal principe turista.

“Adì 8 marzo 1665 Domenica

Dal ponte della Lova per l’antedetto Cavo (4) alla Mira, dalla Mira al Dolo, e dal Dolo per la Brenta arrichita su le sponde da continuati deliziosi casini à Padova (5) M. 29. (6)

A Padova è stata riverita S.A.(Sua Altezza) dal Sig.r  Papafava Nobile Veniziano (7) della Casa de Sig.ri Cararesi, furono padroni di Padova, e da molti altri Cavaglieri principali, i quali tutti l’hanno servita per Città con un corteggio di numerosa gente, e dieci carozze. In tal guisa s’andò la mattina de 9 (il giorno seguente – ndr) alla Chiesa di S. Antonio, ove udita la Messa si videro le reliquie d’essa fra le quali spicca eminentemente più di tutte la lingua di Antonio; che non’ostante l’essere una parte gentile si conserva non men bella e rossa, che se fosse in un corpo animato, come il Bicchiere con cui spezzò il detto Santo una pietra.

Di lì si passò alla Chiesa di Santa Giustina Convento de P.P. Benedettini, la quale è bellissima, lastricata di marmo bianco e nero, in bella forma diviso, ma poco frequentata dal popolo per esser a un Canto della città. Possiedono questi padri un tesoro di Reliquie, poiché nel loro Convento, oltre i depositi di Santa Giustina, e dei due Evangelisti Matteo e Luca, è un pozzo pieno di Cadaveri di Santi Martiri, la prigione di detta Santa, e quella di San Danielle come il luogo medesimo in cui fu martirizzato. Il Campo inanzi detta Chiesa, chiamato Prato della Valle è Santo, perché ivi si martirizzavano i Santi. A detto Convento è quasi contiguo un Orto grande, et insigne pieno di scieltissimi Semplici.

Il doppo pranzo si fu alla Chiesa di Santa Soffia Monastero posieduto da Monache Benedettine ove si vide scoperto, e senza vetri il deposito della B. Beatrice d’Este intiero, ed incorrotto per lo spatio di sopra quattro secoli: ha le mane intiere, e l’Ungie, e Capelli. Attestano le Madri, ch’ella batte con segno particolare, come quella di Ferrara, quando sovrasta qualche colpo sinistro ad alcuno della Sua Casa, e specificatamente nominarono le morti de due Duchi Franceschi, e Alfonso. e senza averne d’altra parte contezza seppero dire il giorno, e l’ora della morte del Duca Alfonso conforme il segno avutone, ch’aggiunsero essere stato a foggia del battere di una Bacchetta entro l’Arca della Beata. (8)

Notabile è il Salone de Notari (9) per la vastità della Larghezza, Lunghezza, ed Altezza, con due Logge a canti e tutto coperto nel di fuori di piombo. E’ quivi la sepoltura di Tito Livio Historico famoso di Roma e sopra la porta sta una Lapide per memoria d’esser stato conceduto un braccio di detto Tito Livio a un Re di Napoli. Intorno a detto Salone vi sono varie pitture fatte da Pietro d’Abano con Misteri, Simboli, ecc. S’andò anche a S. Agostino Chiesa de P.P. Domenicani, nella quale è singulare la Capella grande per un Ciborio, ed Altare di pietre fine, e molte di loro pretiose. Sono in essa due Sepolcri di bell’intaglio fatti à Giacomo e Ubertino Prencipi Carari. Si notò la casa di Tito Livio (10) con molte antichità e memorie. A un Ponte della Brenta dentro la Città è nobile l’artificio di Molti Molini l’un vicino all’altro nel numero di Circa sessanta, à quali spartitamente somministra l’acqua il Fiume. Il doppo pranzo si passò al Cattaio villa del Sig. Marchese degli Obizi, e questa insigne per le Fabriche, Giardini, Seragli e Parchi di fiere, Fontane  e altre cose eccedenti la sfera di Cavagliere. Fra le suddette cose spicca un’ Armeria ben guernita con varie sorte d’armi da Guerra e da Barriera. Un Teatro per Comedie con Organi, Palchetti chiusi, e Scene diverse (11) et una Stalla di 38 Cavalli di belissima Architettura, e sottile lavoro.”

Come abbiamo visto, fra le chiese visitate, oltre al Santo e a S.Giustina, nelle quali l’interesse prevalente sembra essere quello verso le reliquie, vi è quella di Santa Sofia nella quale il Principe rende omaggio  alla Beata Beatrice d’Este sua insigne antenata, e quella dei domenicani di S. Agostino con le tombe dei Principi da Carrara(12) Fra gli edifici civili viene portato a vedere l’Orto Botanico, il Palazzo della Ragione, la presunta casa di Tito Livio e l’industria principale della città, cioè le sessanta ruote idrauliche concentrate intorno a Ponte Molino. Fuori città viene portato a visitare il prestigioso complesso del Catajo con il parco, il teatro e la scuderia. Nessuna sosta, neanche per distrazione, è stata prevista alla pubblica Università del Bo’ e, a parte uno sguardo di sfuggita a quelle sulle pareti del Salone – peraltro attribuite a Pietro d’Abano (sic) – non si coglie alcun interesse alle pitture. E qui non stupiamoci perchè a quel tempo i cicli pittorici trecenteschi di Giotto, Giusto dei Menabuoi, del Guariento e di Altichieri da Zevio non  erano affatto considerati degni di nota. Perché fossero ritenuti di pregio dagli storici dell’arte e dagli stessi padovani  dovevano passare ancora più di due secoli e addirittura più di tre perché venissero presentati orgogliosamente agli odierni visitatori come un patrimonio identitario della città di Padova.

Antonio Draghi

Immagini

NOTE

1) Il diario si interrompe il 2 dicembre del 1667
2) http:/bibliotecaestense.beniculturali.it
3) Bucintoro, oltre ad essere chiamata così la barca di rappresentanza tutta dorata del Doge, indicava più in generale una barca di rappresentanza, da viaggio o da parata, un burchiello di lusso ornato di polena e di altre sculture dorate.
4) Il Taglio Novissimo, chiamato nel testo cavo de’ veneziani, venne fatto scavare agli inizi del XVII secolo e, entrato in funzione da pochi decenni, era considerato un’opera idraulica notevole, una infrastruttura innovativa.
5) La notazione del cronista  “ arrichita su le sponde da continuati deliziosi casini”, costituisce una delle prime attestazioni del paesaggio d’insieme della Riviera del Brenta.
6) M. sta per miglia. Nel diario ogni tappa è contrassegnata dalla distanza percorsa.
7) I Papafava, che costituivano un ramo del ceppo dei Carraresi, erano stati iscritti da poco nel 1652 nel Libro d’Oro del patriziato veneziano nella persona di Bonifacio (1588-1680) versando i canonici 100.000 Ducati. Mancando il nome, non sappiamo chi fosse il Papafava a far da capo della delegazione che accolse Luigi d’Este. Dubitiamo però che potesse trattarsi dello stesso Bonifacio che nel 1665 aveva ben 77 anni.
8) Nel 1578, in seguito ad un decreto papale, le monache dovettero abbandonare il convento del Monte Gemolanei Colli Euganei e trasferirsi a S. Sofia di Padova dove portarono anche il sarcofago con le spoglie di Beatrice d’Este (1191-1226).
9) Si tratta della Sala della Ragione
10) Per lungo tempo si credette che il cosidetto Palazzo degli Specchi in via Vescovado potesse essere stata la casa di Tito Livio. In effetti i suoi caratteri richiamano quelli classici della romanità; ma si tratta, come sappiamo, di un edificio neorinascimentale, progettato e fatto costruire per sè nel XV secolo da Annibale Maggi, il progettista del palazzo della Gran Guardia. Va detto che fu lo stesso Maggi ad alimentare la leggenda della casa di Tito Livio ritenendosi lui stesso un suo discendente.
11) Si tratta del teatro privato con 16 palchi fatto costruire da Pio Enea II degli Obizzi qualche decennio prima di questa visita, una vera novità per l’epoca.
12) Al momento del la demolizione della chiesa di S. Agostino le tombe furono traslate in quella degli Eremitani.