Una poesia di Antonio Daniele

Abstract

La poesia veneta del secolo scorso e dell’attuale riscopre significativamente il dialetto, che non è mai stato completamente abbandonato, fin dai tempi in cui la lingua della Serenissima era molto più che una lingua locale. Su segnalazione della poetessa Marta Celio ecco alcuni versi in lingua veneta o, meglio, pavana, di un poeta contemporaneo.

La lingua veneziana

Da Maffio Venier a Giorgio Baffo, da Giacomo Casanova a Carlo Goldoni è stato un continuo rifiorire della lingua veneziana fino a Biagio Marin, poeta di Grado, a Giacomo Noventa, veneziano di Noventa di Piave, a Fernando Bandini, vicentino, nei quali la lingua si arricchisce delle inflessioni locali o scende con la memoria fino ai primi scambi verbali come fa Luigi Meneghello, vicentino di Malo o al lessico di una enclave linguistica appartata, Revine Lago, come fa Luciano Cecchinel, cui è stato appena assegnato il premio Viareggio-Rèpaci per la poesia con Da sponda a sponda. Ci sono parole che caratterizzano in maniera univoca un luogo e non si ritrovano in altri se non in forma di varianti; spesso a distanza di pochi chilometri un oggetto ha nomi diversi o differenti pronunce. È questo che la poesia in dialetto, meglio dire nella lingua materna o nelle lingue locali, ci fa riscoprire, suoni, colori, sapori di un luogo e della comunità che l’ha abitato.

Sento l’acqua che passa

Sento l’acqua che passa,
vardo el tempo che score,
el relogio de la tore
no bate pì l’ora.


Dal portego in piassa
al Canton del Galo
sento on sangue colare,
caldo, de bojo.


Ma no ‘l xe pì on ojo
sto rio che cola
In sta çità che jera
jeri de rive e ponti.


Passà la me acqua,
passà zà l’ora,
che strenze ’l tempo
e lo incatena a ’n’antra
vita che va in malora.


18 aprile 2008

Poesia tratta da LUCAMARA e altre poesie Pavane di Antonio Daniele, Padova, Cleup, 2016, raccolta che comprende poesie scritte tra il 1967 e il 2015. Nella premessa l’autore così dice “Se poi queste poesie sono in dialetto, il dialetto revoluto del proprio contado (scritto come se lo avessero scritto i miei, se fossero andati a scuola), ciò comporta anche una regressione agli inizi del secolo scorso e quasi l’impiego di una lingua morta […]”.

Antonio Daniele, è nato a Padova nel 1946, nell’immediata periferia comunale, un tempo contado. Ha insegnato per tutta la vita Storia della lingua italiana all’Università, in Italia e all’estero.

Marta Celio