Michele Arslan: un grande medico raccontato da Ermanno Ancona

Abstract

Ci sono persone che nella loro vita professionale, ricca di prestigiosi incarichi e di soddisfazioni, hanno avuto l’opportunità di conoscere altre personalità altrettanto importanti e di successo e mostrano il piacere di raccontare aneddoti, occasioni d’incontro, curiosità. È il caso di Ermanno Ancona, già direttore di Clinica Chirurgica a Padova, che racconta in forma colloquiale di Michele Arslan, a sua volta direttore della clinica Otorinolaringoiatrica della stessa Università. E per il professor Ancona è anche l’occasione per ricordare i tempi dei suoi studi universitari che sono stati prima i tempi della goliardia e poi i tempi duri della contestazione.

Esami

Dopo l’esame di maturità, appena ebbi appreso il risultato positivo, partii alla volta della Expo di Bruxelles, con tutto il mio avere stipato in un sacco cilindrico chiuso da un forte lucchetto che mi ponevo in spalla, eseguendo una specie di volteggio sotto di esso mentre con uno strappo lo levavo dal suolo verso l’alto. Viaggiavo facendo l’autostop, munito di ottimismo, di voglia di vedere l’Europa delle tante mie speranze e del libretto degli alberghi della gioventù.
Fu il mio primo grande viaggio, che mi mise in contatto con il Belgio, l’Olanda, la Germania, la Danimarca e la Svezia; era naturale cercare il contatto con altri studenti e a volte con giovani docenti universitari che facevano la mia stessa esperienza, e fu durante questi contatti che presi atto della grandezza di Michele Arslan, il Clinico Otorinolaringoiatra della nostra Università.
Fino ad allora lo conoscevo come importante dirigente della attività sportiva del Petrarca e come padre di Paola, compagna di liceo. Quando venivano a sapere che ero un padovano e che intendevo iscrivermi alla Facoltà di Medicina molti dicevano:
“Ah Padua University, professor Michele Arslan!”.
Ed io provavo un senso di orgoglio per la sua meritata fama.
Ebbi poi modo di conoscerlo meglio durante il corso di studio stabilendo un rapporto a volte dialettico, se non addirittura conflittuale, ma sempre caratterizzato da reciproca stima.

Applausi al docente

Era usanza a quei tempi applaudire il docente alla fine della lezione e quando lo si applaudiva all’inizio della stessa ciò significava che veniva chiesta la vacanza per la lezione successiva. Verso metà febbraio e cioè verso gli esami della terza sessione dell’anno accademico ed anche verso la fine del carnevale, a seconda delle proprie propensioni, decidemmo di applaudire Arslan al suo ingresso. Egli si rabbuiò in viso e molto severo e seccato disse che eravamo degli incoscienti dato che egli aveva un programma didattico da seguire e che noi volevamo solo fare la vacanza di carnevale. Mi alzai e presi la parola, in quanto ero rappresentante del corso:
“No professore, non è per il carnevale, è che abbiamo l’ultima sessione di esami da preparare”.
“Non è vero, e poi voi non sapete quanto io faccio per voi e per il rapporto con gli studenti di questa università, e questa richiesta è per me una offesa”.
“ No professore – ribattei – noi sappiamo benissimo quel che…”
“ no, non lo sapete..”
“Sì che lo sappiamo“.
A questo punto Michele Arslan sbattè gli appunti della lezione sul tavolo, girò sui tacchi e se ne andò, seguito dalla torma degli assistenti attoniti.

Non era uomo da portare rancore e quando andai poi a fare l’esame, assieme a Roberto con cui avevo studiato e che lo chiamava zio, si comportò molto cortesemente e alla fine dell’esame guardando il libretto disse:
“Ma voi avete dei bei voti, l’esame non è stato brillante, è meglio che torniate per non rovinarvi il libretto”.
Roberto si alzò di scatto, prese il suo libretto e sparì alle mie spalle. Io pensavo alla mia lambretta già carica e pronta a partire alla volta di Persepoli, secondo la scommessa fatta con Antonello Perissinotto, durante una lunga sessione vinicola ai Vini Veronesi e Toscani, e poi sapevo di non meritare la bocciatura.
“Professore, so di non aver fatto un bell’esame, ma mi dica che voto penserebbe di darmi”.
“Eh.. non posso darti più di ventiquattro..”
“Scriva..Scriva..” gli dissi porgendogli il libretto già aperto alla giusta pagina. E due giorni dopo partivo, mentre Roberto ricominciava a studiare Clinica Otorino.

Di ritorno

Al mio ritorno il nostro viaggio aveva fatto epoca e anche molti professori ne avevano contezza, me ne accorgevo quando andavo a portare loro la nostra fantasmagorica rivista illustrata, l’Iperbole di Sorbole, e li trovavo sorridenti e pronti ad aprire il borsellino a favore del Comitato 8 Febbraio.
Dopo la laurea c’era sempre una prorogatio della vita goliardica e durante una festa di laurea sui colli Euganei mi trovai alla stessa tavolata con uno dei figli di Arslan e devo dire che non ci risparmiammo nella degustazione dei nostri amati vini, tra lazzi, barzellette, ricordi (pensate.. avevamo già dei ricordi) e cante goliardiche; alla fine della cena ci accorgemmo che il giovane rampollo aveva esagerato, nel suo tentativo di imitare noi anziani, e non stava letteralmente in piedi. Così lo caricammo nella mia macchina e scendemmo in città. Non era possibile pensare di portarlo a casa perché la sbornia era al suo punto più florido. A dire la verità cominciavo a preoccuparmi per il modo con cui russava e pensai, nel mio fervore di medico neolaureato, di agire. A quel tempo dormivo a casa di Ezio, per un certo screzio con mio padre che mi aveva indotto ad uscire di casa, però sapevo bene dove era la dotazione farmaci della casa paterna per cui ci fermammo in via Risorgimento e mi recai a procurare qualche analettico che somministrai intramuscolare nel sedere dell’amico, che era stato intanto adagiato prono sul cofano dell’auto. Poi andammo tutti e tre a dormire a casa di Ezio, dove io e lui facemmo i turni per sorvegliare il dormiente che smaltiva la sua bacchica esuberanza.
Alle sei del mattino constatammo che era molto migliorato e decidemmo di portarlo a casa. Prima facemmo una capatina al Pedrocchi per fargli bere tre caffè e poi andammo a casa Arslan, dall’entrata posteriore del giardino.
L’amico, ormai ben presente a se stesso, aprì il cancello con le sue chiavi e ci guidò silenziosamente verso la porta tra la cucina ed il giardino, perché contava di sgattaiolare in camera sua.
Entrai per primo in cucina e qui, ahimè, mi trovai di fronte a Michele che seduto al tavolo stava bevendo il caffè e fulminò con lo sguardo il figlio che si nascondeva alle mie spalle ordinandogli: “Tu… in camera tua e restaci”.
“Professore – intervenni – cosa vuole che sia, può capitare un eccesso alla nostra età, non si arrabbi troppo, lo perdoni”.
“Ti Ancona te ghe né fatte tante ma te ghe studià e lu studia poco”, concluse Michele e poi ci salutammo cordialmente, perché in fin dei conti doveva essersi molto preoccupato per il mancato rientro a casa del figlio ed ora era evidentemente sollevato.

Anni dopo

Passarono un po’ di anni e dalla nostra università della critica goliardica piombammo nella università della contestazione, che a Padova ebbe anche momenti di grande violenza.
Erano spariti gli organismi rappresentativi democratici, sostituiti dalle assemblee studentesche che programmavano azioni di contestazione e disturbo anche durante le lezioni accademiche.
Un giorno mi trovai al bar del Policlinico con Michele Arslan che aveva appena terminato la sua lezione e stava gustando il suo caffè, con un ineffabile sorriso che aleggiava sotto il baffo.
“Buongiorno professore come sta?”.
“Ben.. bene ho appena finito la lezione”.
Era evidente che aveva qualcosa da raccontare ed io lo stimolai: “E come va con la contestazione ?”.
“Eh i me ga interrotto per dirme – lei professore ci parla di malattie dell’orecchio, ma lo sa quanti sono gli operai metallurgici che perdono l’udito per causa professionale? E lo sa quale è il tasso di malattie delle vie respiratorie provocate dai fumi di Marghera? Non lo sa? Queste sono le cose che deve insegnarci” Allora go risposto: “Forse non lo so, ma voialtri sapete quale è il tasso di sordità nelle popolazioni africane per infezioni batteriche dell’orecchio nei bambini? Non lo sapete.. ve lo dico io.. 12,5 %, e voi sapete quanti abitanti delle città italiane soffrono di rinite ed asma provocati dai gas di scarico? Non lo sapete.. ve lo dico io.. 18% e voi sapete….” A questo punto è scoppiato un grande applauso da parte degli studenti.
“Bene.. bravo professore!”.
“E caro mio, i go ciavai… me so inventà tuto!”.
Questo era Michele Arslan, un grande clinico che ha dato lustro alla nostra università in tutto il mondo, che ha dedicato ai giovani molta della sua attenzione e che ha saputo mantenere un raffinato sense of humor in mezzo alle vicende della vita, che per lui non sono state sempre agevoli e liete.

Ermanno Ancona

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