Gerione ovvero il mistero del male nella Divina Commedia

Dante a Padova? Non abbiamo documenti che attestino in maniera inequivocabile la presenza di Dante a Padova; un atto notarile del 27 agosto 1306 cui si dava credito in cui compare un “Dantinus quondam Alligerii de Florentia et nunc stat Padue” oggi è messo in discussione e si ritiene che questo Dantinus non sia il poeta Dante; è molto probabile comunque che Dante abbia soggiornato a Padova o di passaggio quando se ne partì da Verona e forse fu alla corte dei Da Camino a Treviso, alla morte del suo mecenate Bartolomeo della Scala, o, più probabilmente, in una delle sue ambascierie a Venezia per conto degli Scaligeri o per conto di Guido Novello da Polenta. Non ne può far fede nemmeno la controversa targa posta sul palazzo Romanin Jacur oggi ritenuta un falso storico; ecco il testo: Fazioni e vendette qui trassero Dante 1306 Dai Carrara Da Giotto ebbe men duro lo esilio. Ma alcuni personaggi che, nel bene o nel male, hanno fatto la storia di Padova ritroviamo nella Comedia e sono Ezzelino III da Romano e Obizzo d’Este (Inferno – Canto XII) e Reginaldo Scrovegni (Inferno – Canto XVII); di costui e dell’oracolo di Gerione associato al dio Apono e di molto altro scrive Giovanni Ponchio nell’articolo che segue e nell’avvincente e documentatissimo romanzo Il volo di Gerione (Edizioni La Gru, 2019)

Dante in Padua? We have no documents that clearly attest to the presence of Dante in Padua; a notarial deed dated 27 August 1306 to which a credit was given in which the line “Dantinus quondam Alligerii de Florentia et nunc stat Padue” appears is now questioned and it is believed that this Dantinus is not the poet Dante; it is very probable, however, that Dante stayed in Padua either passing when he left Verona and was perhaps at the court of the Da Camino in Treviso, on the death of his patron Bartolomeo della Scala, or, more likely, in one of his ambaseries at Venice on behalf of the Scaligeri or on behalf of Guido Novello da Polenta. Not even the controversial plaque placed on the Romanin Jacur palace, today considered a historical forgery, can attest to this; here is the text: Factions and revenges brought Dante here in 1306 Dai Carrara Da Giotto had less confortable exile. But there are some personages who, for better or worse, have made the history of Padova that we find again in the Comedia and these are Ezzelino III from Romano and Obizzo d’ Este (Hell – Song XII) and Reginaldo Scrovegni (Hell – Song XVII); Giovanni Ponchio writes about him and the oracle of Gerione associated to the God Apono and also about many others in the article who follows and in the fascinating and very well documented novel The flight of Gerione (Editions La Gru, 2019)

Gerione

Gerione è un mostro anomalo nella galleria dei mostri infernali. Consente a Dante e Virgilio di superare volando il precipizio che separa il luogo nel quale sono dannati i violenti e di atterrare in Malebolge, dove soffrono in eterno i fraudolenti di ogni risma e condizione.

A conclusione del canto XVI, Dante e Virgilio sono protagonisti di un misterioso episodio. Per l’aria scura e densa, vedono salire dal fondo una figura che provoca stupore e timore. Galleggia nell’aria e si muove come se nuotasse, simile nei movimenti ad un marinaio che riemerge dal mare, dopo aver sciolta l’àncora impigliata.

Il lungo indugio narrativo, costituito dal rallentamento ritmico, dal clima di attesa creato da Virgilio e dal lento salire della figura misteriosa scoppia improvvisamente nel fortissimo con cui inizia il canto XVII.

“ Ecco la fiera con la coda aguzza
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza! “

La marcia trionfale della fraudolenza si concentra in questa terzina di grande potenza espressiva. La fiera è una rivelazione straordinaria, un mostro che, dotato di una coda aguzza, possiede una forza inarrestabile, tanto da frantumare qualsiasi difesa naturale ed artificiale. La sua presenza si accompagna peraltro ad un insopportabile fetore che ammorba la terra.

Il racconto, modulato da Dante per dare al lettore la percezione di una rivelazione stupefacente e diabolica, non riguarda soltanto l’aspetto fisico/spaziale dell’evento, ma anche la valenza concettuale della fraudolenza che, per sua natura, è sempre nascosta, celata, invisibile. Per poterla vedere e comprendere, occorre farla risalire dal fondo, dal buio, dal nascondimento in cui vive. Bisogna che la ragione (Virgilio) la faccia venire a galla e la giudichi secondo verità, come sozza immagine di froda.

I versi che seguono sono divisi dal punto di vista rappresentativo e logico in due gruppi. Nel primo Dante raffigura l’uomo /serpente. La fraudolenza si presenta con la faccia di un uomo onesto, la cui piacevolezza e benevolenza induce chi lo incontra ad un giudizio positivo nei suoi confronti. In realtà il resto del corpo è quello di un serpente il cui veleno non viene iniettato dalla lingua, ma dalla coda biforcuta.

La terzina successiva esprime un altro concetto, quello relativo ai mezzi di cui la fraudolenza si serve per raggiungere i suoi fini mortali: la violenza ed il raggiro. Ne sono immagini, per la violenza le due branche […] pilose insin l’ascelle. Per il raggiro, i nodi e rotelle che costellano dosso e ’l petto e ambedue le coste del mostro.

Completata la descrizione del mostro, Dante viene invitato da Virgilio a muoversi per avvicinarlo. I due si spostano nella sua direzione camminando sull’orlo del burrone, per evitare la sabbia infuocata e la pioggia di fuoco. Ma, giunti nelle vicinanze della bestia malvagia, il poeta si accorge che poco distante vi sono alcuni dannati, seduti presso il limitare del girone.

Virgilio, che intuisce il desiderio del discepolo, lo invita ad avvicinarsi loro per conoscerne la condizione. Tuttavia lo avverte di tagliare corto, mentre lui cercherà di convincere la fiera che ne conceda i suoi omeri forti. Così i due si separano. Virgilio (la ragione) deve convincere la bestia malvagia a trasportarli nel profondo burrato, evitando comportamenti che possano mettere a repentaglio l’incolumità di Dante: nulla di buono infatti sembra far presagire l’atteggiamento del traghettatore, paragonato a quello del castoro in attesa della preda.

Reginaldo Scrovegni

Il poeta, da parte sua, dopo aver incontrato gli usurai e aver parlato con il padovano Reginaldo Scrovegni, torna in tutta fretta sui suoi passi, temendo che l’indugio possa indispettire Virgilio. Torna e trova in groppa del fiero animale la guida che lo incoraggia a salire, frapponendosi tra lui e la coda velenosa del mostro.

Alle sue parole Dante comincia a tremare, come se avesse un improvviso attacco di febbre malarica, ma poi, vergognandosi di manifestare la paura, si fa forza e si assesta sulle spallacce della fiera. Appena seduto, cerca di darsi coraggio con una battuta, ma dalla gola gli esce soltanto un tenue soffio (“Fa che tu m’abbracce”), al quale Virgilio risponde, sostenendolo come aveva fatto in altre circostanze e ordinando a Gerione di muoversi lentamente.

Comincia così il lento volo planato o, per meglio dire, comincia la nuotata aerea di Gerione. Man mano che discendono verso il basso, aumenta il timore di Dante, che galleggia nel vuoto, mentre gli giungono dal fondo pianti e lamenti strazianti.

Infine, simile al falcone che scende lentamente verso il falconiere, Gerione si posa sul fondo dell’ottavo cerchio e, scaricati i due passeggeri, si dilegua come freccia scagliata dalla corda dell’arco.

Gerione, secondo molti studiosi di Dante, appartiene al mito greco di Eracle che si imbatte nel mostro, mentre sta percorrendo l’Europa da oriente sino a Gibilterra e alle colonne che da lui prendono il nome. Viene rappresentato come un essere orripilante, dotato di tre teste e di tre busti, ognuno con due braccia e due gambe. Abita in una lontana isola, all’estremità occidentale della terra, dove possiede una mandria di straordinaria bellezza. Viene ucciso, nel corso della decima fatica, da Ercole che gli ruba poi l’intera mandria.

Come risulta evidente, la leggenda greca di Gerione non ha molto a che vedere con il mostro dantesco della fraudolenza. Se invece di guardare lontano al mito greco, si segue l’indicazione di Dante e si colloca il mostro nell’ambiente padovano, che occupa il cuore del canto XVII con la figura dell’usuraio Reginaldo Scrovegni, risulta semplice risalire a spiegazioni più convincenti.

Svetonio

Scrive Svetonio nella Vita dei Cesari: “Tiberio, mentre stava recandosi verso i territori dell’Illirico, giunse vicino a Padova, per consultare l’oracolo di Gerione. Qui, scegliendo le sorti, fu invitato a gettare dadi d’oro nella fonte di Apono, per averne il responso. Capitò così che i dadi cadessero, mettendo in evidenza il numero più alto. E ancor oggi quei dadi si possono vedere in fondo, sotto l’acqua.”

Lo storico latino ricorda l’oracolo di Gerione e ne associa la presenza al dio Aponus che è il nome latinizzato di una divinità d’origine veneta. Sopravvissuta alla romanizzazione del territorio, rappresenta il nume benefico dell’acqua termale che dona ai suoi fedeli la salute.

Gerione è il termine greco che traduce letteralmente la parola latina oraculum, perché Geruòn significa “colui che fa risuonare la voce”, ossia colui che interpreta i suoni e i sibili che si sprigionano dal sottosuolo, assieme all’acqua termale. Poi, come avviene sovente nella storia della lingua, per effetto del meccanismo della metonimia, Gerione, l’oracolo di Aponus, ne prende il posto, diventando, nel medesimo tempo, la divinità che dona salute e la voce misteriosa in grado di predire il futuro ai suoi devoti.

Dante però trasforma Gerione nel mostro della fraudolenza non perché appartenga al mito pagano, ma in polemica con l’interpretazione che dei miti antichi sta facendo la cultura padovana del Trecento.

Gli intellettuali della città infatti hanno sviluppato un diverso approccio ai testi latini. L’interpretazione medievale, basata sul senso allegorico delle scritture, considera i miti pagani come belle favole dentro alle quali è nascosto un messaggio divino. Ora invece a Padova i testi antichi vengono studiati secondo una interpretazione diversa, storica e filologica di tipo umanistico.

Alla poesia intesa come divina rivelazione di cui gli autori pagani non sono consapevoli, i padovani oppongono l’idea che la sapienza degli antichi ha un valore in sé e per sé. Alla fondazione della città sulle reliquie dei martiri cristiani preferiscono il recupero degli eroi del mito classico, come Antenore fondatore di Padova.

Così Alighieri muta la natura della divinità padovana che dona salute e predice il futuro in un mostro che inganna e avvelena, così come trasforma Antenore in un traditore della patria. Perché è la cultura padovana ad ingannare e a tradire, adulterando i testi antichi.

Gerione e la fraudolenza

Oltre l’intento polemico, Gerione rappresenta comunque la natura della fraudolenza, il male che si rivela e realizza mediante la menzogna. Il mostro in cui le benevole fattezze umane si trasformano nel corpo di un rettile velenoso e nelle zampe artigliate di un animale feroce. Come se il poeta volesse condensarvi tutte le malvagità che albergano in ogni essere animato.

La struttura della frode proviene da una riflessione che affonda le sue radici nel pensiero dei Padri della Chiesa sino a giungere a Tommaso d’Aquino che è la fonte teologica di Dante. Nella Summa Theologiae Tommaso distingue la menzogna in mendacium e in simulatio. La prima è la menzogna realizzata mediante le parole, ossia la consapevole espressione verbale del falso. La seconda è la menzogna praticata mediante le azioni, è l’inganno compiuto mediante l’atteggiamento pratico.

Sulla base di questa premessa concettuale, il poeta inventa un mostro composito in cui l’apparenza benigna d’uom giusto nasconde l’essenza profondamente malvagia della sua natura (la venenosa forca). Natura che si realizza mediante le parole tentatrici del serpente, la cui pelle è ricoperta di raggiri e circonlocuzioni, come una sorta di enorme lingua velenosa che penzola nel vuoto. Natura che si attua per mezzo delle opere della simulazione, rappresentata dalle branche pilose.

La mostruosa costruzione dantesca diventa, in tal modo, l’epifania del male, la manifestazione del maligno, di Lucifero che, conficcato al centro della terra nel luogo più lontano da Dio, si rivela mediante il suo Verbo blasfemo. Quasi il rovesciamento delle parole dell’evangelista Giovanni: “In principio era l’Inganno, /e l’Inganno era presso il Male/ e l’Inganno era il Male. / Egli era, in principio, presso il Male:/ tutto fu fatto per mezzo di lui / e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che è malvagio.”

Gerione nel canto XVII, al centro dell’Inferno, è dunque l’incarnazione della seconda persona della trinità del male. Lo si può cogliere, sovrapponendo l’inizio del canto XVII con le parole con le quali Giovanni Battista rivela al mondo che Gesù è il Cristo: “Ecco l’agnello di Dio. Ecco colui che toglie i peccati del mondo.”

Questo orrido rovesciamento della Trinità si intravvede, percorrendo a ritroso l’Inferno di Dante. Sul fondo Lucifero, il padre del male nell’ultimo canto. A metà Gerione, il figlio generato dal padre nel XVII. Nel primo canto fuori dall’imbuto infernale la lupa, lo spirito che procede dal padre e dal figlio e che costituisce il male che devasta la storia degli uomini e la vita di Dante.

Si tratta di uno dei grandi temi della riflessione teologica che il poeta non sviluppa sul piano argomentativo, ma illustra attraverso l’organizzazione della struttura dell’Inferno e la costruzione dell’Anticristo che porta il nome di Gerione. Il pluralismo simbolico del mostro esprime dunque in maniera visiva il mistero del male e rappresenta il punto centrale del percorso che dalla profondità dell’abisso eterno conduce al male nella storia.

Giovanni Ponchio