Ricordo di un gentiluomo

Abstract

Alessandro Tessari, filosofo e politico, amico del conte Alberto Papafava, da poco scomparso, ne traccia un ritratto affettuoso, tra ricordi, curiosità e comunanza di interessi letterari e filosofici.

La scomparsa

Ho avuto la notizia della scomparsa di Alberto Papafava quel giorno stesso, 11 febbraio 2020. Rimasi sorpreso. Appena una decina di giorni prima Alberto mi aveva chiamato al telefono: dobbiamo rinviare l’appuntamento per le nostre chiacchiere, mi disse. Sono preoccupato per la salute di mia moglie e di mio cognato…anch’io ho qualche problema..ma prima dobbiamo finire il lavoro. Il lavoro cui Alberto Papafava alludeva era un suo scritto filosofico su cui voleva dei miei consigli, una prefazione. Gli avevo detto subito che non avevo alcuna autorità per correggere un suo scritto filosofico. Lui aveva insistito per farmi leggere ben tre successive stesure. Le nostre chiacchierate le facevamo nell’atelier della moglie. La prima volta che mi aveva invitato a visitare la sua casa era per farmi vedere un albero immenso che sorgeva accanto alla casa, un cui enorme ramo attraversava la sua terrazza creandogli anche qualche preoccupazione.

Le nostre chiacchiere vertevano sui grandi temi della filosofia: l’essere, la verità, la conoscenza. Alberto ne parlava con il candore non rovinato da nessuna frequentazione accademica. Quando mi chiedeva un parere restavo in imbarazzo. Chi frequenta troppo a lungo il mondo accademico finisce per aver paura di qualunque parola, perché ogni parola nasconde gli abissi di semantiche aggrovigliatesi nel corso dei millenni. E a forza di levigature, smerigliature, mordenti e smacchianti, le parole che escono spesso dal mondo accademico finiscono per essere sterilizzate, decontaminate da tutto quello che la Lebenswelt, l’husserliano ‘mondo-della-vita’, secerne implacabile e inarrestabile, perché troppo lebensvoll , troppo pieno di vita. Più volte gli dissi che lui era fortunato: poteva scrivere con l’urgenza delle sue curiosità, che lo hanno accompagnato per tutta la vita e nei più diversi interessi, senza la preoccupazione di dover sottostare a un giudizio. Non devi partecipare a nessun concorso, gli dicevo. Perfino Kant scrisse Die Kritik der reinen Vernunft per un concorso e così fece Heidegger col suo Sein und Zeit.

Le chiaccherate

Poi le nostre  chiacchierate debordavano per ogni rivo. E nei suoi ricordi emergeva spesso la figura di Novello, suo padre, di cui era uscito recentemente un prezioso libriccino intitolato Fissazioni liberali . Libro che mi stupì per l’audacia dell’intuizione che nella democrazia si può annidare il peggior fascismo se il popolo non è libero di avere accesso all’informazione. Il libro uscì nel 1924 nelle edizioni che Piero Gobetti curava. Alla vigilia del plebiscito che portò Mussolini a trasformare l’incarico costituzionale ricevuto dal re nel 1922, in regime dittatoriale; favorito in questo dallo sconsiderato aventinismo che lasciò a Mussolini il controllo indiscusso del parlamento. Tra quei lontani ricordi Alberto mi raccontò, e fu per me una divertente scoperta, che Concetto Marchesi fu ospite di suo padre quando vinse la cattedra di Letteratura latina all’Università di Padova. Ma la cosa che mi parve davvero incredibile fu che ad un certo punto nella casa dei Papafava ci fu un altro ospite, Carlo Biggini, che dopo l’8 settembre del ’43, divenne ministro della Cultura della Repubblica sociale italiana. E la frequentazione, mi raccontava Alberto, doveva essere piuttosto interessante, visto che Marchesi era notoriamente un comunista, anche se con molte atipicità, e Biggini un fascista ‘repubblichino’. Spesso era di casa, in quanto molto amico di Novello, anche Cesare Musatti che aveva la cattedra di Psicologia all’Università padovana. Di queste straordinarie storie ho avuto modo di avere conferma dalla lettura che ho fatto in questi giorni del monumentale libro di Luciano Canfora, Il sovversivo, Concetto Marchesi e il comunismo italiano. E di questa lettura mi ripromettevo di fare con Alberto delle interessanti e divertenti discussioni. Perchè in questo coltissimo e documentatissimo lavoro di Canfora ci sono diverse chiavi a supporto dei racconti di Alberto su quei due curiosi personaggi che alloggiarono nel palazzo Papafava.

Il clou dell’indagine di Canfora ruota attorno alla curiosa coincidenza che Marchesi viene fatto Rettore di Padova dal governo Badoglio, il governo che dopo il 25 luglio del ’43 arriverà fino all’8 settembre del ’43. La frequentazione Marchesi-Biggini doveva aver raggiunto livelli interessanti se Marchesi, incaricato di aprire l’Anno Accademico, il 9 settembre ’43, si sentì in dovere di rassegnare le dimissioni dal rettorato a Biggini, ministro della RSI, per l’evidente mutamento del quadro politico istituzionale. Il mio stupore andava crescendo per queste incredibili curiosità che Alberto mi mostrava come si fa di una preziosa collezione di antiche porcellane. Biggini conferma a Marchesi l’incarico rettorale e gli dice che tutti i rettori fatti da Badoglio sono stati confermati dal governo Mussolini. Lo stesso Biggini, del resto, già ministro del governo Mussolini prima del 25 luglio 1943, sarà riconfermato da Badoglio e riconfermato a sua volta dal governo della RSI. Nel libro di Canfora si fa luce su un nodo fonte di molti equivoci: l’apertura dell’anno accademico fatta il 9 settembre ’43 ha certamente un’audacia senza limiti perché Marchesi decise di non invitare l’autorità germanica che in quel momento comandava di fatto l’Italia del Nord, ma neppure l’autorità fascista. Biggini conferma a Marchesi che sarà presente, ma in forma privata. Quella giornata fu caratterizzata da una straordinaria abilità di Marchesi che riuscì a tacitare degli studenti fascisti che si presentarono in Aula Magna armati e in divisa dell’esercito di Salò appena formatosi. Dopo questo fatto che allertò i nazisti fu proprio il Biggini che consigliò a Marchesi di far perdere le sue tracce. Nazisti e fascisti avevano deciso di dargli la caccia. Fu in questo contesto che nacque in Marchesi l’idea di lanciare il famoso appello ai suoi studenti perché prendessero le armi per cacciare gli occupanti tedeschi. Cosa che avvenne il 5.12.1943, dopo le dimissioni dal rettorato di Marchesi, presentate il 29.11.1943. Mentre tutto questo avveniva, Canfora ci regala nel suo prezioso libro la fotocopia di una lettera affettuosa che Biggini fa arrivare clandestinamente a Marchesi dicendogli di stare attento perché il governo di Salò, di cui Biggini era ministro, e i nazisti avevano deciso di dargli la caccia. Biggini lo avverte che non si senta al sicuro neppure in Isvizzera perché anche lì lo cercheranno.

La lettera

La lettera si conclude con queste parole:
“Affido questa mia a persona fidatissima che te la farà pervenire personalmente. Ti unisco anche copia di alcuni documenti segreti che ti riguardano e che ho avuto modo di procurarmi qui a Padova. Ti saluta il tuo Carlo”. Ecco di quante cose avrei voluto ancora parlare con Alberto per vederlo sorridere come di chi ha ancora armadi pieni di sorprese per stupire gli amici.

Alessandro Tessari

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